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Piscine, piste da bowling, poligoni di tiro e cantine sotterranee rinforzate. Non sono le caratteristiche di un resort esclusivo, ma alcuni dei comfort presenti nei bunker costruiti per gli uomini più ricchi del pianeta. Guerre, crisi climatiche, instabilità politica e timori legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale stanno alimentando una nuova corsa ai rifugi privati. Dalla Nuova Zelanda alle Hawaii, miliardari e protagonisti della Silicon Valley acquistano proprietà isolate e realizzano strutture sotterranee progettate per resistere a conflitti nucleari, pandemie, rivolte e catastrofi naturali.


APPROFONDIMENTI

Mentre la maggior parte delle persone si prepara, nel migliore dei casi, ad affrontare qualche giorno senza acqua o corrente elettrica, l’élite economica sembra aver scelto un’altra strada: costruire una via di fuga personale nel caso in cui il mondo dovesse precipitare nel caos.

La Nuova Zelanda come «assicurazione contro l’apocalisse»

La tendenza non è nuova. Già nel 2017 Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, aveva raccontato al New Yorker che l’acquisto di una casa in Nuova Zelanda era diventato una sorta di codice tra i super ricchi. «Quando qualcuno dice di aver comprato una casa in Nuova Zelanda, è come se facesse l’occhiolino.

Non serve aggiungere altro», aveva spiegato Hoffman.

Possedere una proprietà nel Paese significava, in sostanza, aver stipulato una personale «assicurazione contro l’apocalisse». Un luogo remoto, politicamente stabile e lontano dai principali scenari di guerra nel quale rifugiarsi in caso di emergenza globale.

Da allora le ragioni per preoccuparsi (almeno secondo i miliardari), sarebbero aumentate. L’invasione russa dell’Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, gli eventi meteorologici estremi e la rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale hanno rafforzato la sensazione di vivere in un mondo sempre più imprevedibile.

Bunker di lusso con piscina e bowling

A beneficiare del clima di paura sono soprattutto le società specializzate nella costruzione di rifugi sotterranei. Atlas Survival Shelters, azienda statunitense, realizza bunker pensati per proteggere i proprietari da pandemie, disordini civili, ricadute nucleari e attacchi elettromagnetici.

E non si tratta dei vecchi bunker freddi e spartani, ma di vere e proprie strutture che possono comprendere piscine, palestre, cinema, piste da bowling e poligoni di tiro. Non più soltanto luoghi nei quali sopravvivere, ma residenze sotterranee di lusso nelle quali continuare a vivere senza rinunciare alle proprie abitudini.

Il bunker di Zuckerberg alle Hawaii

Tra i nomi più spesso associati alla corsa ai rifugi c’è quello di Mark Zuckerberg. Il fondatore di Meta ha negato di stare costruendo un bunker per la fine del mondo nella sua vasta proprietà alle Hawaii. Wired, tuttavia, ha descritto un grande complesso sotterraneo basandosi su documenti di pianificazione e testimonianze di alcuni lavoratori coinvolti nel progetto. La tenuta, situata sull’isola di Kauai, avrebbe alimentato negli anni numerose indiscrezioni sul modo in cui uno degli uomini più ricchi e influenti della tecnologia starebbe preparando il proprio «piano B».

Le vie di fuga di Peter Thiel e Sam Altman

Anche Peter Thiel, cofondatore di PayPal, è da tempo legato alla ricerca di luoghi sicuri e isolati. L’imprenditore ha ottenuto la cittadinanza neozelandese e avrebbe acquistato anche una villa a Buenos Aires e terreni in Uruguay. Secondo quanto riportato dal New York Times, il Sudamerica rappresenterebbe per Thiel una possibile via di fuga in caso di guerra nucleare o di uno sviluppo incontrollabile dell’intelligenza artificiale.

Anche Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha ammesso di aver pensato alla possibilità di costruire un vero bunker. «Non per colpa dell’intelligenza artificiale, ma perché le persone hanno ricominciato a lanciare bombe in giro per il mondo», ha spiegato. Parole che mostrano come anche chi guida lo sviluppo delle nuove tecnologie consideri la situazione geopolitica abbastanza instabile da giustificare la ricerca di una protezione personale.

Un fossato tra i miliardari e il resto del mondo

Secondo Deborah Lupton, sociologa dell’Università del Nuovo Galles del Sud di Sydney, la corsa ai bunker rappresenta la versione contemporanea di un fenomeno antico. Per Lupton, i bunker di lusso sono quindi il simbolo di una società sempre più divisa. Da una parte una ristretta élite in grado di comprarsi sicurezza, autonomia e protezione; dall’altra la maggioranza della popolazione, costretta ad affrontare le stesse crisi senza disporre delle medesime risorse. «È come costruire un castello con un fossato e un ponte levatoio. Le persone più privilegiate cercano di isolarsi da chi ha meno. È il simbolo della crescente disuguaglianza presente nelle nostre società», ha concluso.


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