di
Marco Bonarrigo

Lo sloveno ha deciso di uccidere il Tour alla sesta tappa e ci è riuscito. Valori mai visti, rivali lontanissimi

GAVARNIE-GEDRE — Dice di essersi svegliato alle sette del mattino, troppo carico per oziare ancora nella cameretta del tre stelle da 96 euro a notte di Pau. Aggiunge che non vedeva l’ora di montare in bici, di realizzare il piano di battaglia concordato con i compagni la sera prima, riassunto dal belga Wellens con uno «spacchiamo tutto». Tadej Pogacar ieri ha deciso di uccidere il Tour e c’è riuscito benissimo.

Sotto forma di statua d’acciaio installata sulla vetta del Tourmalet, Octave Lapize è tra i testimoni oculari dell’omicidio. Lui che nel 1910 salì per primo in vetta al mostro dei Pirenei, ha visto la Emirates dettare un ritmo infernale già sul Col d’Aspin e a 4.800 metri dalla vetta ha inquadrato Del Toro lanciare il capitano Pogi, Vingegaard arrendersi dopo sole tre pedalate e lo sloveno eclissarsi in discesa.



















































Al ciclismo si adatta un racconto romantico ma per descrivere il delitto dei Pirenei servono evidenze scientifiche. Pogi è salito in vetta due minuti più veloce del suo record, ha divorato 1.700 metri di dislivello all’ora per 43’ (fisiologi allibiti), ha recuperato in soli 7 chilometri gli 8’ di svantaggio dalla maglia gialla del norvegese Traeen che, affannandosi per contenere il distacco, è rotolato in discesa ed ha rimediato mezz’ora. Trenta corridori per colpa dello sloveno hanno dovuto lottare contro il tempo massimo, due terzi del gruppo oggi ripartirà per Bordeaux con oltre un’ora di ritardo in classifica: mai visto nulla di simile nella storia moderna.

Se il Tour 2026 doveva essere quello della sfida tra Pogacar (che punta al quinto titolo) e Vingegaard che cerca il terzo, ieri il danese le ha prese di brutto. «Sapevo quanto Jonas potesse essere veloce in discesa — ha spiegato Pogi — e quindi sul Tourmalet ho spinto fino quasi a scoppiare». Per scollinare a 40” da lui, Vingo è scoppiato sul serio: ha perso molto in discesa, moltissimo nella salita finale (2’38”) facendosi quasi riprendere da Del Toro, Evenepoel, Seixas e Ayuso che fino a ieri sembravano poter lottare solo per il terzo posto mentre adesso gli mordono la coda. La Visma è fragile, il bravo lombardo Piganzoli (a cui il bis della fatica del Giro non giova) si è staccato subito, Kuss l’ha seguito poco dopo.

Ovvio, il Tour è lungo, gli imprevisti sono in agguato, Pogacar l’ha già perso nel 2023 dal rivale, le Alpi sono più adatte al danese e i tre minuti fra i due possono essere ribaltati da una cotta o da un banale mal di pancia. Ma l’idea è che Pogi — ieri omaggiato da Emmanuel Macron, al suo ultimo Tour — non abbia alcuna intenzione di sbandare. Altre due vittorie di tappa e il campione del mondo raggiungerà le venticinque di André Leducq mentre sul terzo gradino del podio, a quota 28, c’è Bernard Hinault. Pogacar, che mente quando dice che i record di vittorie non lo interessano, ieri è stato sincero — dopo lunga riflessione – nel designare finalmente i suoi idoli sportivi, di cui sintetizza le caratteristiche: Novak Djokovic per la spietatezza agonistica, Usain Bolt perché formidabile animale da palcoscenico.

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10 luglio 2026 ( modifica il 10 luglio 2026 | 11:38)