di
Greta Privitera

Non la vogliono gli iraniani e le iraniane, nemmeno gli americani. Non la vogliono i negoziatori. A spingere davvero verso lo scontro sono altre mani, altri calcoli

Le iraniane e gli iraniani la guerra non la vogliono. Nemmeno la maggioranza degli americani la vuole. Non i negoziatori, non i Paesi del Golfo. A spingere davvero verso lo scontro sono altre mani, altri calcoli.

Il più grande sostenitore, oggi, è Benjamin Netanyahu. In questo secondo round con Teheran, il premier israeliano e i falchi che lo circondano avevano un obiettivo chiaro, diverso da quello di Donald Trump: finire il regime degli ayatollah. Per mesi hanno provato a convincere la Casa Bianca che i raid mirati avrebbero aperto crepe irreparabili nella Repubblica islamica, che qualche attacco ben assestato avrebbe innescato la rivolta giusta nel momento giusto. Hanno pensato – con una certa ingenuità – che le bombe potessero sostituire la politica.
È successo il contrario. La campagna militare ha irrigidito il sistema, non l’ha incrinato. I missili iraniani sono ancora lì, il programma nucleare anche, e in più Teheran si è ritrovata in mano una leva nuova e formidabile: Hormuz. Chiudere o minacciare di chiudere lo Stretto, alzare il prezzo del petrolio, tenere il commercio mondiale per la gola. Un regalo insperato a un regime che vive di assedio. Eppure, nella narrativa di Netanyahu, il «lavoro» resta incompiuto.

Trump, che guerrafondaio lo è stato volentieri, oggi non desidera davvero il ritorno a un conflitto aperto.
Ha visto – o qualcuno gli ha spiegato meglio – che la forza non ha piegato il sistema iraniano, anzi. Ogni missile ha reso più forti i duri e più diffidenti i moderati. E poi c’è la «sua» America, un elettorato, anche Maga, che non capisce perché si debba rischiare un altro pantano mediorientale, sondaggi che mostrano quanto quella politica estera sia impopolare, un midterm in arrivo che non perdona.



















































Dall’altra parte del tavolo, ci sono i negoziatori iraniani. Mohammad Bagher Ghalibaf, ex comandante dei pasdaran e oggi presidente del Parlamento, il presidente Masoud Pezeshkian e Abbas Araghchi, diplomatico di lungo corso e ministro degli Esteri, non sono pacifisti: sono uomini del sistema. Ma vedono con lucidità che tornare in guerra con gli Stati Uniti rischia di travolgerli. Sanno che la priorità è salvare l’economia iraniana, a pezzi. Quindi, nonostante i toni, pensano alle sanzioni e al petrolio, più che ai raid.
A volere la guerra, dentro l’Iran, sono altri: i falchi. Una galassia di comandanti dei pasdaran, predicatori di piazza, ideologi che si sono sentiti traditi dal memorandum con Washington.
Spingono e strattonano Pezeshkian, lo insultano gridando «morte all’appeasement», lanciano pietre contro Araghchi. Per loro la tregua è un tradimento. Nella loro lettura, gli Stati Uniti non vogliono la pace: vogliono tempo. Tempo per disarmare Hezbollah in Libano, per aggirare la «autorità» iraniana su Hormuz, per svuotare una a una tutte le leve di Teheran e poi riprendere a colpire da una posizione più comoda.
Sono in minoranza, ma sono rumorosi.

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10 luglio 2026 ( modifica il 10 luglio 2026 | 16:08)