Moda e Tendenze, ogni martedì
Iscriviti e ricevi le notizie via email
Quasi 7.000 puntate andate in onda, la concorrenza feroce delle piattaforme streaming e delle soap turche. Ma il peso degli anni e i nuovi orizzonti della serialità non hanno scalfito la forza e la riconoscibilità di “Un posto al sole“, la fiction Rai-Freemantle che ha celebrato i suoi primi 30 anni con un evento speciale all’Italian Global Series di Rimini-Riccione, riunendo una parte dei membri del maxi-cast. Fra questi, a fare da mattatore sulla scena è stato Patrizio Rispo, volto di Raffaele, storico portiere di Palazzo Palladini: «Whoopi Goldberg è un miracolo di questa serie» confessa, glorificando la partecipazione all’opera da parte dell’attrice premio Oscar statunitense, interprete dell’imprenditrice Eleanor Price. «L’ho conosciuta grazie allo scultore Jago, siamo diventati amici nel tempo. Dopo un anno mi ha telefonato dicendo che voleva recitare in “Un posto al sole”. Potrete immaginare la reazione della Rai quando gliel’ho detto… Il mio sogno era andare ad Hollywood, ma alla fine Hollywood è venuta da noi».
APPROFONDIMENTI
Ad animare la penultima tappa del festival diretto da Marco Spagnoli sono stati anche Daniela Ioia, Fiorenzo Madonna, Imma Pirone, Luigi Miele, Antonella Prisco, Marina Tagliaferri e Luigi Di Fiore. «Sono passati tanti anni, all’inizio sembravamo bambini che scorrazzavano nei corridoi di Napoli.
Col tempo siamo diventati una famiglia, ci intendiamo a scappellotti. Eppure pensavamo che ci saremmo scannati dopo i primi novesi mesi», racconta Tagliaferri, che impersona l’assistente sociale Giulia Cozzolino. A farle eco è ancora Rispo: «Il successo trentennale del prodotto? Durante la pandemia arrivavano lettere da cinesi, giapponesi, americani. La nostra vita sul set è percepita come reale. Tantissimi mi dicono di essere più affezionati ai membri del cast che ai propri familiari, perché ci incontrano virtualmente ogni giorno».
Tra gli ingredienti che nel tempo hanno consolidato il successo quotidiano di una serie che negli anni ha coinvolto registi del calibro di Gabriele Muccino, ci sono due fattori chiave: Napoli e il coraggio di trattare temi di urgenza sociale. «Da ormai 3-4 anni raccontiamo il centro di Napoli», ricorda Daniela Ioia, «perché vogliamo sdoganare i luoghi comuni che popolano la nostra città, dove si dice che ci siano persone non acculturate, che non hanno voglia di far nulla. La linea è più verace, ma il nostro segnale vuole essere gentile».
In linea con lo spirito del servizio pubblico, la soap ideata dall’austrliano Wayne Doyle non ha mai rifuggito un approccio comico e al tempo stesso serio con i temi caldi della contemporaneità: fine vita, alzheimer, omosessualità, violenza di genere. Arrivando perfino a ispirare e a salvare delle vite: «Durante una manifestazione contro la violenza sulle donne, una vera assistente sociale», ricorda Tagliaferri, «mi raccontò che seguiva una signora che era stata picchiata dal marito. Questa donna aveva confessato di aver trovato il coraggio di scappare proprio vedendo “Un posto al sole“. Siamo riusciti a mostrarle che c’era un’alternativa a quel buco nero».
E a testimoniare la forza di un fenomeno mediatico che ancora oggi attira grandi e piccoli, è proprio la trasversalità del suo pubblico. «Ci seguono da tutte le carceri d’Italia», afferma Rispo, che al tempo stesso ha svelato il nome di un inaspettato fan dell’opera: «Non ci crederete, ma Massimo Cacciari è uno dei nostri primi fan. Qualche tempo fa, durante un evento a teatro, mi strinse la mano dicendomi che lui e la moglie non si perdono un episodio di “Un posto al sole”. E se succede, registrano la puntata».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
