Una nuova PET cerebrale con il tracciante MK6240 riesce a identificare l’Alzheimer nel doppio dei casi rispetto agli strumenti attuali
Daniele Particelli
10 luglio – 17:28 – MILANO
Da tempo si è iniziato a parlare della possibilità di diagnosticare precocemente l’Alzheimer, così da poter iniziare le terapie il prima possibile e rallentare il progresso della patologia. Nonostante i progressi nella ricerca, però, una costante è rimasta: quando la malattia viene diagnosticata, il danno al cervello è già avanzato e i sintomi hanno già iniziato a comparire.
La ricerca ha iniziato ormai da qualche anno a concentrarsi sulla diagnosi precoce, idealmente prima ancora che compaiano i disturbi cognitivi che spingono i soggetti colpiti ad iniziare la serie di accertamenti. Un nuovo studio pubblicato su The Lancet, coordinato da Tharick Pascoal della University of Pittsburgh School of Medicine, sembra aprire una prospettiva molto concreta in questa direzione: un nuovo tracciante per la PET cerebrale sarebbe in grado di individuare la malattia nel doppio dei casi rispetto alla tecnica attualmente utilizzata, intercettandola in una fase in cui il paziente si sente ancora perfettamente bene.
Gl studi sulla proteina tau—
Per anni anni la ricerca sull’Alzheimer si è concentrata in modo particolare sulle placche di beta-amiloide, le aggregazioni proteiche che si formano nel cervello dei malati e che per anni sono state considerate il principale indicatore della malattia. Più di recente, invece, l’attenzione ha iniziato a spostarsi verso la proteina tau, considerata un indicatore molto più affidabile dell’evoluzione clinica futura. Numerosi studi hanno dimostrato che molte persone possono accumulare beta-amiloide senza sviluppare necessariamente una demenza, mentre la comparsa degli aggregati di tau è strettamente associata al declino cognitivo e alla progressione della neurodegenerazione.
“Tau è il fenomeno biologico maggiormente associato ai sintomi e al futuro declino cognitivo. Se riusciamo a rilevarla più precocemente e a definirne con maggiore precisione lo stadio, possiamo prendere decisioni migliori su chi si trovi realmente lungo una traiettoria di Alzheimer”, ha spiegato Pascoal, professore associato di Psichiatria e Neurologia all’Università di Pittsburgh.
Lo studio con 775 partecipanti—
La ricerca ha coinvolto 775 partecipanti reclutati in diversi centri di ricerca, dei quali 682 hanno completato tutte le procedure previste. Ciascun volontario è stato sottoposto a due scansioni PET cerebrali effettuate in un intervallo temporale molto breve: una con il tracciante standard attualmente usato in clinica, il Flortaucipir, e una con il nuovo tracciante sperimentale MK6240. A questo si è aggiunta una PET per la beta-amiloide e una serie di test neuropsicologici. Questo disegno sperimentale, che ha messo a confronto i due strumenti nelle stesse persone e nello stesso momento della malattia, ha assicurato che le differenze osservate riflettessero le caratteristiche dei traccianti e non l’evoluzione naturale della patologia nel tempo.
Il doppio dei casi individuati—
Nel gruppo di partecipanti ancora cognitivamente sani ma già positivi alla beta-amiloide, MK6240 ha identificato la presenza di tau nel 15% dei partecipanti, contro appena il 6% rilevato dal Flortaucipir. Il nuovo tracciante è stato quindi in grado di individuare circa 23 casi aggiuntivi ogni cento persone esaminate. Anche nei partecipanti che presentavano già disturbi cognitivi, il nuovo metodo si è dimostrato superiore, rilevando una maggiore presenza della proteina tau rispetto allo strumento attualmente in uso.
“Poiché i partecipanti hanno ricevuto entrambe le scansioni in un intervallo temporale molto breve, le differenze osservate riflettono le caratteristiche dei traccianti e non cambiamenti della malattia nel tempo”, ha sottolineato Guilherme Povala, ricercatore post-dottorato all’Università di Pittsburgh e coautore dello studio. “La PET della tau è uno strumento che può aiutare i clinici a definire meglio lo stadio biologico della malattia e a prendere decisioni più informate”, ha precisato poi Bruna Bellaver, docente di Psichiatria all’Università di Pittsburgh e coautrice della ricerca.
Nonostante i risultati promettenti, MK6240 non è ancora approvato dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti per l’impiego clinico di routine e viene attualmente utilizzato principalmente nell’ambito di sperimentazioni. La pubblicazione dello studio su The Lancet, però, spingere le autorità statunitensi a un utilizzo più diffuso, così da far diventare la diagnosi biologica dell’Alzheimer molto più precoce rispetto a quella oggi disponibile.
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