di
Paolo Valentino

La guerra in Ucraina non è più un’eco lontana, ma è entrata a gamba tesa nelle vite dei russi. Vladimir Putin è al più basso livello di popolarità da quattro anni a questa parte. Così il dittatore è tentato da una nuova escalation, ma sa che il prezzo potrebbe essere troppo alto

I russi sono sull’orlo di una crisi di nervi. La frustrazione cede il passo all’ansia e alla rabbia verso il potere. La guerra in Ucraina non è più un’eco lontana, ma è entrata a gamba tesa dentro le loro vite, materializzandosi nella cronica penuria di carburante, nei continui blackout della rete, nella sparizione di molti prodotti dagli scaffali, nell’aumento dei prezzi, in primis quello della mitica kartoshka, la patata, aumentato del 4,5% in un solo mese. E anche lo Zar non sta messo molto bene: Vladimir Putin è al più basso livello di popolarità da quattro anni a questa parte.

«Che fare?», si chiedeva il suo omonimo Lenin in una celebre opera. «Che fare» è lo stesso dilemma del dittatore russo, tentato da una nuova escalation, ma consapevole che il prezzo umano ed economico da pagare sia alto, troppo alto perfino per lui e la stabilità del suo regime.
I segnali che vengono da Mosca sono contraddittori. Secondo fonti vicine al Cremlino citate dall’agenzia Reuters, il presidente russo è sotto forte pressione perché riprenda il negoziato con Kiev, ma «punta i piedi» e sarebbe invece deciso a lanciare nuove offensive nei mesi a venire.
A rafforzare la sua ostinazione — meglio, a farlo arrabbiare, secondo le fonti — sarebbero stati i recenti attacchi in profondità nel territorio russo dei droni ucraini contro impianti, depositi petroliferi e porti della Federazione, che ne hanno messo fuori uso buona parte della capacità di raffinazione. In risposta, la Russia ha lanciato due massicci attacchi con droni e missili contro l’Ucraina e soprattutto la sua capitale, causando decine di vittime tra la popolazione civile.



















































Una delle fonti, secondo l’agenzia una persona in regolare contatto con il presidente russo, ha detto che di recente Putin ha respinto il suggerimento di un gruppo di consiglieri di accettare il compromesso di una tregua sull’attuale linea del fronte, che com’è noto vede le forze di Mosca controllare una parte ma non tutto il Donbass. Il capo del Cremlino rimane invece fissato con l’obiettivo di conquistare l’intera regione orientale dell’Ucraina, anzi sarebbe convinto che questo avverrà molto presto. Un’operazione per la definitiva conquista del Donbass comporterebbe però una nuova mobilitazione, cioè il lancio di una leva obbligatoria, mossa politicamente impopolare che Putin ha cercato di evitare sin dall’inizio del conflitto.

Suona comunque conferma di questa linea la dichiarazione fatta ieri dal portavoce presidenziale, Dmitry Peskov, secondo il quale se l’obiettivo di Putin rimane una soluzione diplomatica, Mosca sta tuttavia cercando di ampliare la zona cuscinetto, frase in codice per dire che vuole avanzare nel Donbass, in risposta all’escalation dell’Ucraina: «La Russia è pronta per una soluzione pacifica, ma ha sufficiente capacità per agire in modo indipendente e continuare l’operazione militare speciale», ha aggiunto Peskov. Ancora a giugno, Putin aveva respinto pubblicamente l’offerta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, di un incontro mirato a concordare una tregua. I segnali di fumo dal Cremlino seguono le dichiarazioni fatte all’inizio della settimana da Donald Trump, alla vigilia del vertice Nato tenutosi martedì e mercoledì ad Ankara. Il capo della Casa Bianca, che aveva parlato poco prima al telefono con Putin, ha detto che il leader russo vorrebbe mettere fine alla guerra e che una soluzione sarebbe «più vicina di quanto si pensi». In margine al vertice turco, Trump aveva avuto anche un lungo colloquio di persona con Zelensky, col quale ha discusso «idee per avvicinare la pace».

La valutazione dell’intelligence di Kiev è che Putin stia in effetti preparando una nuova escalation in Ucraina e stia addirittura considerando l’opzione di un attacco limitato contro il territorio di un Paese occidentale, per esempio una delle basi Nato in uno degli Stati baltici. Anche se l’ipotesi appare azzardata, alcuni analisti militari occidentali pensano che un simile scenario potrebbe essere usato per creare tensioni ed eventualmente dividere l’Alleanza sul tipo di risposta da dare.

Verrebbe in altre parole messo alla prova l’impegno, ribadito nel comunicato finale del vertice di Ankara, che un attacco a uno dei membri è un attacco a tutta la Nato, come stabilito dall’articolo 5 del Patto atlantico.

11 luglio 2026