Fu il primo grande colpo di Berlusconi che pochi mesi prima aveva acquistato il club rossonero. E Roberto era lì, con il naso per aria come i suoi compagni, stupito da quella presentazione kolossal. E dopo quel raduno del luglio 1986 nulla, nel calcio italiano, fu più uguale. “Dicevamo: se le cose non andranno, le prese in giro si sprecheranno”. Invece seguirono decenni di trionfi…


Alessandra Bocci

Giornalista

11 luglio – 09:04 – MILANO

Luglio 1986, gli elicotteri planano a sorpresa sull’Arena di Milano. Wagner come colonna sonora, la location storica, migliaia di tifosi: un kolossal, come Apocalypse Now, però senza guerre, solo battaglie sportive e tanti trofei in bacheca. Roberto Donadoni, primo grande colpo del Milan acquistato pochi mesi prima da Silvio Berlusconi, era lì, con il naso per aria come i suoi compagni, stupito da quello che vedeva. Era la sorpresa del suo visionario presidente, che amava fare le cose in grande. 

E lei, Roberto, veniva da un mondo più abituato alla discrezione che allo spettacolo. 

“Ma eravamo tutti sorpresi, non soltanto io, tifoso fin da bambino del Milan, che aveva la possibilità di indossare quella maglia. L’Atalanta era sempre stata un po’ la succursale della Juve che in quegli anni dominava, però io decisi di andare al Milan”. 

E cominciò come un film… 

“Una presentazione realizzata in quelle modalità… Non le nascondo che, insomma, anche tra di noi c’era quel sano dubbio di chi dice ‘se le cose non andranno bene, le prese in giro si sprecheranno’. Invece poi tutto è andato nella maniera giusta, anche se quella è stata una stagione non semplice, con lo spareggio con la Samp per qualificarsi in Europa. Ma da lì in poi le cose andarono nel modo migliore. Certo che quel giorno, anche chi era al Milan già da tempo, rimase stupefatto, però l’inizio faceva capire a tutti che Berlusconi aveva il suo progetto. Non ci faceva mancare nulla, cercando di programmare ogni singolo particolare per far sì che ognuno di noi potesse esprimersi al meglio senza avere attenuanti”. 

Che cosa la sorprese di più quel giorno? Gli elicotteri, la Cavalcata delle Valchirie, la massa dei tifosi? 

“Tutto. Non avevamo idea di come era stata organizzata la giornata. Ma il presidente aveva la capacità di trasmettere veramente questa voglia, questa energia. Mi ricordo il giorno in cui vincemmo il primo scudetto, nell’88: era a San Siro per un collegamento se non ricordo male con La Domenica Sportiva e faceva avanti e indietro nel corridoio dello stadio ripetendo le cose che aveva in mente di dire poi nella trasmissione. Non improvvisava mai nulla”. 

Qualche suo compagno ha raccontato che gli era sembrato un po’ matto quando affermava che il Milan sarebbe diventato la squadra più forte del mondo. 

“Non è il termine che passava per la testa a me. Stupiva il modo di dire le cose con decisione. Poi è chiaro che, da programmare a diventare la squadra più forte in assoluto, ce ne passa, però quando Berlusconi diceva qualcosa trasmetteva la sua convinzione. E tutti quelli che venivano negli anni a seguire sentivano questo tipo di atteggiamento in quelli che già erano lì, lo zoccolo duro. Chi non si adeguava a quel tipo di mentalità, si autoescludeva”. 

Forse il senso di appartenenza è quello che manca adesso non soltanto al Milan, ma a tante squadre… “Ma è talmente diverso il modo di concepire i club… Diventa tutto più complicato, anche per il singolo giocatore. Oggi sei qui, domani sei altrove. C’è sempre il desiderio di dare il meglio di te stesso, però non sei mai così profondamente legato a un ambiente, a una maglia. È un altro mondo e credo che questa sia una logica conseguenza, senza sminuire nessuno. Si ragiona in un altro modo, anche per tutto quello che gira intorno”. 

È giusto dire che dopo quel giorno all’Arena niente è stato più uguale nel calcio italiano? 

“Sì, il modo di Berlusconi di vivere la realtà in cui lui si ritrovava ha stravolto un po’ tutto, ha cambiato completamente i cliché”. 

Che rapporto ha avuto con Arrigo Sacchi negli anni? 

“Un buon rapporto, anche di confronto, però con stima e rispetto reciproco. È sempre stato un allenatore che sapeva dar valore al rapporto umano e questo era fondamentale”. 

Ha assorbito qualcosa da lui, e in generale dagli allenatori del Milan, quando è diventato allenatore? 

“Se così non fosse sarebbe grave. Ciò che si diventa è il frutto di qualcosa che hai dal punto di vista genetico, ma che poi sviluppi con esperienze che vivi. Tutti gli allenatori per me sono stati importanti, chi più chi meno, soprattutto sono stati importanti gli allenatori che ho avuto da quando sono arrivato all’Atalanta fino a quando sono andato al Milan”. 

Il ricordo più bello e quello più brutto dei suoi anni al Milan? 

“La prima Coppa Campioni che abbiamo vinto, nell’89, è stata qualcosa di unico: dà la misura di un traguardo vissuto e centrato per la prima volta e quindi è quello alla quale si rimane un po’ più affezionati. I momenti difficili non sono necessariamente legati alle sconfitte. Sia i successi, sia le mancate vittorie sono un motivo di crescita: se vinci una Champions non è che le cose diventino più semplici, anzi, tutti vogliono misurarsi e dimostrare che sono meglio di te e ti spingono a dare ancora di più. Le difficoltà che ho vissuto nella mia carriera sono sempre state legate ai rapporti umani”. 

“Fin quando il rapporto è stato onesto, leale e corretto io non ho mai avuto difficoltà, anche se poi magari giocare bene o stare fuori fa differenza. Poi ci sono i problemi personali: ho vissuto il periodo del divorzio dalla prima moglie, difficile e tosto. L’allenatore era Fabio Capello ed è stato bravissimo, mi ha dato dimostrazione di essere una persona di grande spessore, un uomo deciso ma corretto. Probabilmente, se in certe occasioni fossi stato io al suo posto avrei reagito in maniera diversa”. 

Ci sono dei compagni ai quali è rimasto particolarmente legato? 

“Tanti. Con Tassotti, Maldini, Filippo Galli ed Evani magari ci si incrocia un po’ più spesso”. 

Avete tipo una chat oppure vi vedete così? 

“Niente chat. Ci sentiamo al telefono. Con alcuni come Tassotti e Van Basten, condivido la passione per il golf. Anche con Stefano Nava capita di vedersi in vacanza”. 

Ambizioni di Berlusconi a parte, quali erano i segreti di quel Milan? 

“La grande professionalità, il rispetto verso tutto ciò che si faceva e nei confronti di chi ci metteva nelle condizioni di operare al meglio. Dal punto di vista umano mi porto dietro un’esperienza ancora superiore ai risultati del campo. Penso sia un aspetto impagabile”. 

È stato un grande del Milan ma anche un tifoso, condivide la propensione dei fan di oggi alla nostalgia? 

“Sì, è del tutto umana, però bisogna essere bravi a guardare un po’ meno indietro, anche perché ciò che è stato fatto negli anni rimane. Bisogna guardare avanti e sapere che il presente ci può dare garanzie per il futuro. È chiaro che bisogna far tesoro degli errori, dei passi falsi e cercare di non farli più”. 

Quanto manca Silvio Berlusconi al Milan degli ultimi anni? 

“Manca come figura in generale, non solo come presidente del Milan. Persone di quello spessore sono fondamentali nel cammino di qualsiasi club e la sua eredità è ancora attuale. La grandezza di queste persone è proprio questa”. 

La formula Milan ai milanisti pare ormai cancellata. Le sarebbe piaciuto tornare in qualche modo in rossonero? 

“Ci sono state delle circostanze che però non hanno coinciso con le esigenze reciproche, e anche se non nascondo il fatto che mi sarebbe veramente piaciuto poter avere questa opportunità, penso che quando il presidente di un club così importante prende delle decisioni che ha il diritto di prendere non si possa fare altro che adeguarsi, con rispetto”. 

Roberto Donadoni, che cosa c’è nel suo futuro? 

Gazzetta Mondiale: ogni notte un’edizione straordinaria esclusiva. Non perdertela, abbonati a 1€/mese!

“Vediamo. L’entusiasmo, il gusto di stare sul campo e di allenare c’è ancora. Vediamo se ci sarà qualche opportunità che mi convince”.