di
Giovanni Cortesi

La giovane è arrivata in Italia tre anni fa. «Ho fatto diversi lavori, da quando sono qui: la barista in un locale di narghilè, le pulizie, la parrucchiera. I soldi che guadagnavo li inviavo a mia mamma» dice. L’aggressore resta in carcere

«Come farò? Il mio viso è completamente rovinato. Ho solo 22 anni, sono ancora piccola». Fatima è stata dimessa dal Policlinico alle otto di sera. Sotto ai bendaggi porta sul viso un taglio che le resterà per tutta la vita. Per la giovane originaria di Meknes, Marocco, ieri è iniziata la lunga convalescenza dopo la tragedia di giovedì pomeriggio. E in un baretto a due passi da piazzale Loreto, Salma — una grande amica della madre — racconta la vita di Fatima. Comprese le sue prime reazioni a quanto successo: «È distrutta. I parenti sono arrabbiatissimi, ha spiegato loro cos’è successo».

Metrò gialla, fermata Duomo: «Fatima aveva da poco finito di lavorare», racconta Salma. La ragazza è arrivata in Italia tre anni fa, e ogni tanto prestava servizio in un’impresa di pulizie. Stava solo tornando a casa. Con lei, sulla banchina, un’amica incontrata per caso, Abdu, con la quale aveva appena fatto un giro per il centro città. A un certo punto si avvicina uno sconosciuto. È Mohammed Saidi, 27 anni, algerino irregolare e senza fissa dimora. «Che c… guardi?», domanda rabbioso in arabo a Fatima. Lei risponde: «Stavo solo parlando con la mia amica». Le cose però degenerano presto: «Vaff… put…», inizia a insultarla lui. Lei minaccia di chiamare la polizia. Lui la spinge, le sputa in faccia, le sferra un pugno sul labbro superiore. Lei estrae il telefono. Lui un coltello. La lama incide dal naso al collo, inizia a sgorgare sangue. Per «fortuna» l’arma non ferisce anche l’occhio. Lui scappa, lei si accascia. «Ho pensato di morire, non riuscivo più a vedere nulla — ha raccontato Fatima alla polizia locale —. Il sangue mi impediva di respirare».



















































Dopo la fuga, l’aggressore è stato arrestato. Nella mattinata di giovedì era già stato fermato in zona corso Buenos Aires: Saidi stava tentando di rubare da alcune auto. Giudicato per direttissima, era stato rimesso in libertà con divieto di dimora a Milano. Fino all’incontro con Fatima, l’aggressione, le manette. Ora è a in carcere a San Vittore: oggi sarà interrogato dal gip Cristian Mariani. «Ho fatto diversi lavori, da quando sono qui: la barista in un locale di narghilè, le pulizie, la parrucchiera — racconta Fatima —. I soldi che guadagnavo li inviavo a mia mamma. Abita in Marocco, è malata di cuore. Sono sempre stata una ragazza brava con tutte le persone. Dio, perché a me?».

Salma prende la parola, Fatima è troppo stanca: «È un’anima gentile — interviene —. Un carattere dolce, solare, simpatico. E poi è bravissima a tagliare i capelli. Ha preso un diploma in Marocco, e adesso che è in Italia ci rivolgiamo tutti a lei». Poi la donna aggiunge: «Stava con un bravo ragazzo, le aveva proposto di sposarsi. Poi si sono lasciati. Quel che è successo è una tragedia».
La violenza di giovedì è avvenuta senza motivo. Senza motivo era stato anche l’accoltellamento di una settimana fa, sabato 4 luglio, quando in zona San Siro, in via Capecelatro, il 22enne veneto Lamin Saidilly aveva inferto una ventina di fendenti a Gerardo P., un 55enne che stava tranquillamente facendo colazione al bar assieme al padre. La stessa cattiveria cieca e feroce, gli stessi futili motivi, la stessa arma: il coltello.


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11 luglio 2026 ( modifica il 11 luglio 2026 | 07:22)