L’HANGAR ROSSO. Nelle sale

Che turbine di pensieri può agitare l’uomo dal forte impegno politico ma di assopita coscienza quando in una brutta alba si ritrova davanti il passato ed è costretto a vivere il presente sulla sponda sbagliata? Messo così, L’hangar rosso (titolo originale Hangar Rojo) è insieme 1) un thriller politico-esistenziale, 2) un dramma morale, 3) un elogio della dignità e del rispetto di sé stessi. Il tragico percorso di un uomo diviso tra senso di colpa e senso di responsabilità, tra (tornare a) essere sé stesso e accettare a capo chino le violenze di regime. Opera prima di Juan Pablo Sallato, nato a Santiago, L’hangar rosso racconta il golpe cileno del 1973 ispirandosi all’autobiografia di Fernando Villagran. Il quale Villagran nel film ha il profilo austero e tristissimo di Jorge Silva, capitano dell’aeronautica, ex capo dell’intelligence militare e leggenda del paracadutismo, arcifamoso tra l’altro per aver salvato la vita al presidente Salvator Allende. Silva non è più l’ardimentoso di un tempo. Oggi comanda una tranquilla base di addestramento e non ama ricordare i momenti di gloria. 

Un tempo non lontano l’accigliato ufficiale era quel che si dice un leader scomodo e per questo aveva tanti nemici. Ora vive con una moglie insegnante alla periferia di Santiago, ma il ricordo insistente degli anni ribelli lo rende burbero e cupo. Poi arriva la notte fatale: il capitano Silva riaccompagna a casa una recluta che ha perso l’autobus e, strada facendo, gli ricorda le imprese compiute. Proprio in quell’11 settembre la democrazia cilena crolla. Il palazzo del governo, la Moneda, viene preso d’assalto dai golpisti. Allende è morto, il generale Augusto Pinochet guida il colpo di Stato. I vecchi amici di Silva, resistenti al dittatore, lo invitano a stare in campana. «Ma tu ora da che parte stai?», gli chiede una voce sconosciuta al telefono. Silva non vuole turbare l’equilibrio che ha creato dopo tante tempeste: è convinto di poter resistere all’arroganza del regime nascente. 

Invece tutto cambia quando riceve l’ordine di trasformare la base in un lager per dissidenti subito denominata l’hangar rosso sia per il colore politico dei detenuti sia per il colore del sangue versato. Ad aggravare la situazione, l’assegnazione del comando all’antico rivale di Silva, il colonnello Jahn che non vede l’ora di cogliere in fallo il sottoposto. Silva si macera. Osserva gli aguzzini fare mattanza dei prigionieri e i soldatini che ha formato diventare belve in nome della dittatura. Vede e ammira l’ostinata resistenza dei reclusi fino all’ultimo respiro. Il dramma si consuma nel giro di ventiquattr’ore. È l’ora più buia per Silva, diviso tra una nauseante, intollerabile obbedienza nei confronti del potere costituito e l’urgenza di non farsi complice dell’orrore. Come il film finisca lo potete anche immaginare. Resta da dire della potenza espressiva con cui il debuttante Sallato costruisce il suo pamphlet contro i totalitarismi, l’arroganza del potere, la violenza di regime. Silva è stanco di guerre, non ha più voglia di combattere. Ma il destino decide per lui, non si può sfuggire a sé stessi. L’impegno rinasce e il guerriero Silva torna al centro dell’azione. 

I titoli di coda ci avvertono che il vero capitano Silva fu accusato di alto tradimento per aver favorito i detenuti,
venne arrestato e imprigionato, subì violenze e torture. Solo dopo molti anni di carcere riuscì a trasferirsi in Gran Bretagna con la moglie. L’incubo era finito ma il ricordo di quegli anni terribili restò per sempre a tormentarlo. Juan Pablo Sallato ha qualche asso nella manica: la magnifica ricostruzione storica e il pastoso bianco e nero con cui avvolge il cortocircuito morale del suo protagonista, la matematica dell’intrigo e la linea di separazione tra barbarie e buone intenzioni. «Che cosa si prova, capitano, a lanciarsi con il paracadute?», chiede la recluta. Lui, Silva, risponde solo nel finale: «Ci si sente liberi, finalmente liberi». Il film pesca nella storia cilena per parlare di un’attualità universale, in una rivisitazione complessa delle psicologie e delle ideologie degli Anni Settanta. Da sottolineare la maiuscola prova di Nicolás Zárate nel tratteggiare il dolente ritratto di un uomo dai colori scuri che solo con il sacrificio salverà la sua anima. Il film è sobrio, calibrato, intenso. Dura 83 minuti, possiamo definirlo un contro-kolossal: si tiene lontano dalla retorica e ha momenti commoventi. 

L’HANGAR ROSSO di Juan Pablo Sallato 
(Cile-Argentina-Italia, 2026, durata 83’, I Wonder Pictures) 

con Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Suardo 
Giudizio: 4 su 5 
Nelle sale