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Paolo Tomaselli, inviato a Boston

Tante le polemiche che hanno coinvolto l’Albiceleste dopo la partita contro l’Egitto. La squadra si aggrappa a Messi

Non è chiaro chi abbia definito Kansas City, Missouri, come «la Parigi delle Pianure» per via dei suoi innumerevoli viali. Ma del resto non è chiaro nemmeno se siamo davanti al viale del tramonto di Leo Messi o all’ennesima fuga per la vittoria di un campione di 39 anni che ha ancora le spalle abbastanza forti per reggere una squadra e un popolo in pellegrinaggio. Dopo il caso del gol del raddoppio annullato all’Egitto agli ottavi (2-0 che poi comunque c’è stato, con relativa folle rimonta), c’è un clima di sospetto attorno ai campioni in carica, innescato dal caso Balogun e dall’intervento a gamba tesa di Trump per togliere la squalifica al giocatore americano contro il Belgio. La Seleccion si sente accerchiata dai complottisti, quelli che pensano che lo stesso presidente Usa «pretenda» in qualche modo di consegnare la Coppa a Messi il 19 luglio in New Jersey. E le due vittorie (3-2) con Capo Verde ed Egitto invece di alimentare l’autostima argentina, hanno aggiunto nuove pagine solo alla mitologia di Messi, con il dubbio che a un certo punto nemmeno lui possa salvare una squadra apparsa lenta e macchinosa.

L’ironia feroce del tabellone ha messo di fronte la banda di Scaloni alla Svizzera, che rappresenta pur sempre il Paese di Infantino e del suo predecessore Sepp Blatter, che sono partiti da Visp e Briga, a pochi chilometri di distanza. La «Nati» forse non è la grande sorpresa del torneo, perché ha vinto un girone piuttosto morbido (quello in cui sarebbe dovuta entrare l’Italia se avesse vinto il playoff contro la Bosnia) e poi ha battuto Algeria e Colombia (ai rigori). Ma oggi può diventare la squadra che ha interrotto il sogno della doppietta Mondiale dell’Argentina. In fin dei conti la Svizzera all’ultimo Europeo è arrivata a un penalty dalla semifinale, perdendo proprio ai rigori con gli inglesi. E nei precedenti tre Mondiali è sempre arrivata almeno agli ottavi, uscendo nel 2014 con l’Argentina per un gol di Di Maria al 118’ su assist ovviamente di Messi e colpendo un palo al 118’ con Dzemaili. Gli unici due reduci di quella partita a San Paolo sono i due numeri 10, ovviamente Leo e lo svizzero Granit Xhaka che a 33 anni è ancora l’anima della Nati, assieme a Freuler: i due sono nella top 10 dei giocatori che corrono di più in questo torneo e sfidano un campione che secondo molti «cammina», peccato che il calcio non sia l’atletica: «Dico ai nostri tifosi di continuare a sognare — carica Xhaka — ma la verità è che noi dobbiamo fare qualcosa di nuovo per arrivare dove non siamo mai arrivati nella storia: dobbiamo andare oltre i nostri limiti».



















































Senza la stellina Manzambi e le sue accelerazioni, limitate da un problema al ginocchio, per la Svizzera è più dura. Ma Yakin ha fatto fuori l’Italia dalle qualificazioni per Qatar 2022 grazie ai rigori (quelli sbagliati da Jorginho a Basilea e a Roma) e non disdegna certo di giocarsela fino all’ultimo tiro, perché il suo 4-2-3-1 è camaleontico, poco spettacolare, ma capace di far esprimere male gli avversari. E per una Argentina che fin qui non ha impressionato, a parte «quell’animale di Messi» come l’ha definito Ibra, è l’ostacolo più alto incontrato fin qui. «Tutto vero, però quando Leo si ferma in attacco e Scaloni si trova con un uomo in meno nel contro-pressing — come ha spiegato bene l’allenatore dell’Austria Ralf Rangnick — lui diventa ancora più pericoloso, perché si trova smarcato». Forse il viale delle Meraviglie è ancora aperto.

11 luglio 2026