di
Elena Tebano
Figli di immigrati italiani in Germania, Luigi e Alfondo Pantisano sono oggi ai vertici della politica tedesca: il primo è co-leader della Linke; il secondo, della Spd, è il referente di Berlino per le questioni Lgbtq+. Questa è la loro storia: fatta di radici, futuro, fatica – e rabbia
(Questo articolo è apparso sulla Rassegna, la newsletter che il Corriere riserva ai suoi abbonati. Per riceverla occorre iscriversi a Il Punto: lo si può fare qui)
Ai vertici della politica tedesca ci sono due fratelli di origine italiana con una storia che oggi sembra incredibile, ma mostra quanto sia complessa e sfaccettata l’esperienza dei migranti. Luigi Pantisano, 46 anni, figlio di genitori calabresi, il 20 giugno è diventato il primo italo-tedesco leader di un partito in Germania, la Linke. Suo fratello Alfonso Pantisano, 51, della Spd, è invece il referente di Berlino per le questioni lgbtq+.
Alla vigilia della sua nomina a co-leader della Linke – il partito di sinistra radicale che oggi nei sondaggi è dato al 12%, al pari della Spd, lo storico partito socialdemocratico tedesco -, Luigi Pantisano ha detto a Mara Gergolet che il fatto di essere figlio di immigrati è «all’origine» della sua scelta di fare politica. «Sono cresciuto con tre fratelli nei pressi di Stoccarda. I nostri genitori sono venuti dalla Calabria. Mia madre ha frequentato la scuola fino alla seconda elementare, mio padre fino alla quinta: poi hanno dovuto lavorare. Dividevamo una stanza tra quattro fratelli. Non siamo mai stati poveri, perché i miei lavoravano sempre: mattina, pomeriggio, sera, weekend. Ma le discriminazioni che ho visto da bambino, contro gli italiani e contro gli stranieri in generale, e contro le persone che lavorano duramente, non le dimentico: sono all’origine del mio impegno politico» ha spiegato nell’intervista al Corriere.
Lo ha ripetuto anche nel discorso che ha preceduto la sua nomina, al congresso della Linke, dove ha ricevuto il 53% dei voti dei delegati, contro l’86% ottenuto da Ines Schwerdtner, confermata alla copresidenza nello stesso giorno. «Sono figlio di “Gastarbeiter” di famiglia italiana» ha scandito Pantisano. Gastarbeiter, o «lavoratori ospiti», era il termine con cui venivano chiamati tra gli anni 60 e 80 gli immigrati, soprattutto quelli italiani, greci e turchi: un modo per dire che dopo aver lavorato in Germania dovevano tornarsene «a casa loro».
«I miei genitori hanno lavorato duramente per permettere a me e ai miei fratelli un futuro migliore. Ho imparato da loro a combattere» ha detto Pantisano. È un’eccezione nella sinistra europea e in generale occidentale, dominate da quella che un tempo si sarebbe definita la «classe borghese»: un leader che viene dalla classe operaia e dalle fasce più povere della popolazione e che può portare la sua esperienza personale nel rappresentare le loro istanze.
E infatti al congresso della Linke ha spiegato che capisce bene come si sentono oggi i migranti e i lavoratori impoveriti, ricordando di aver provato in passato sulla propria pelle il sentimento di «disprezzo» di chi guardava persone come lui «dall’alto in basso». «Il problema non sono quelli che arrivano in Europa su un gommone, ma il disprezzo di quelli che volano sulle nostre teste con i jet privati», ha detto riferendosi al cancelliere Friedrich Merz, un ex avvocato d’affari milionario che ha il brevetto da pilota e un aereo privato.
Pantisano rappresenta anche un utile rovesciamento. Oggi in Italia non siamo più abituati a parlare di immigrazione in questi termini, perché siamo diventati un Paese di destinazione dei migranti. Ma per la maggior parte della nostra storia recente siamo stati emigranti. Quanti di noi non hanno almeno un avo che è andato all’estero a cercare fortuna? Per fare un esempio personale, il mio bisnonno paterno, che era campano, ha contribuito a costruire le ferrovie degli Stati Uniti. Il mio nonno materno, che era toscano, le strade dell’Argentina. Poi sono entrambi tornati in Italia. I fratelli Pantisano sono immigrati di seconda generazione, hanno ancora la cittadinanza italiana e hanno vissuto per dei periodi in Italia.
Il modo in cui Luigi parla dell’eredità ideale ricevuta dai genitori immigrati è commovente. Ma, come per tutti i migranti, la storia dei Pantisano è molto più complessa dei cliché in cui siamo abituati (e tentati) di rinchiuderla.
Per capirlo bisogna andare a guardare come il fratello Alfonso ha parlato della stessa famiglia e della stessa storia di immigrazione. «Da quando ho memoria, avrò avuto cinque o sei anni, la gente continuava a dire che ero troppo sensibile per essere un ragazzo. “Non puoi dire nulla al ragazzo o inizia subito a piangere. Peggio di una ragazza!”. Mi domando ancora oggi perché i miei genitori non mi abbiano protetto, perché non mi abbiano detto che andavo bene così com’ero. Sebbene avessero lasciato il loro villaggio di pescatori nel 1966 e si fossero trasferiti a Stoccarda per lavoro, erano ancora intrappolati nella mentalità dei loro antenati. Erano influenzati dalla Chiesa ma non penso che abbiano mai letto la Bibbia, nonostante fossero stati per anni dei rilegatori e avessero spesso stampato Bibbie in tutte le lingue» aveva raccontato Alfonso, che è gay, quando è stato nominato referente berlinese per le questioni lgbtq+, in un’intervista a Pasquale Quaranta, della Stampa.
«Se uno dei miei figli dovesse diventare frocio, mi butto sotto una macchina» gli aveva detto un giorno sua madre. «Vissi quelle parole un po’ come un ricatto, un po’ come una minaccia. Ero terrorizzato che potesse togliersi la vita per colpa mia» ha spiegato Alfonso Pantisano. Ma alla fine ha fatto comunque coming out. Ed è stato allora che è arrivato il peggio: «Quando ho rivelato ai miei genitori di amare ragazzi, sono stato cacciato di casa. Avevo 19 anni quando mi sono ritrovato senza un tetto sulla testa. Ho passato due settimane dormendo sul pavimento della stazione centrale di Düsseldorf. Tuttavia, anche senza un diploma, ho iniziato pian piano a ricostruire la mia vita».
Il suo racconto potrebbe essere quello di molti ragazzi o ragazze italiani di seconda generazione, costretti a confrontarsi con una cultura d’origine che ha meno spazi di libertà rispetto a quella in cui sono cresciuti. Per fortuna la resilienza non gli mancava. Alfonso ha fatto il cameriere, poi il fotografo, il modello, il coreografo, il presentatore, infine ha iniziato a occuparsi di marketing e vendite, facendo carriera in azienda. Nel frattempo ha sempre fatto attivismo e alla fine è entrato in politica, con la Spd. Per ricominciare a parlare con i suoi genitori gli ci sono voluti 17 anni. Questo non gli ha impedito di amarli, né di capirli.
A dicembre Alfonso Pantisano ha raccontato la vicenda della sua famiglia in un bellissimo e doloroso articolo sul quotidiano tedesco Tagesspiegel. Ha spiegato che lui e i suoi fratelli sono cresciuti come «estranei», perché la politica dei Gastarbeiter non prevedeva che i lavoratori immigrati avessero figli. Solo che lavorassero. I genitori gli hanno parlato spesso dei cartelli sulle porte di birrerie e ristoranti negli anni 60, che vietavano l’ingresso «ai cani e agli italiani». Eppure sono rimasti, perché comunque la Germania offriva possibilità che in Italia non avevano.
«Sempre un po’ di più. Dobbiamo sempre dare un po’ di più, Alfonso. Perché qui nessuno ci regala nulla» gli diceva sua madre, che aveva 19 anni quando è nato suo fratello Cataldo, nel 1967. Ha dovuto mandarlo in Calabria quando aveva solo 7 mesi, e Cataldo ha passato i primi 12 anni della sua vita con la nonna. Poi altri cinque in collegio. «Non perché non lo amassero, ma perché credevano di non avere scelta. Qui si veniva per lavorare: allattare e cambiare i pannolini disturbava il regolare svolgimento del lavoro. Amare disturbava il regolare svolgimento del lavoro». Solo Luigi, il più piccolo, è potuto crescere con i genitori. Alfonso e il secondogenito, Leonardo, hanno fatto su e giù con l’Italia.
Alfonso aveva 7 anni quando è stato mandato in collegio a Trento, agli inizi degli anni 80. «Per i miei genitori il messaggio era chiaro: se qui i nostri figli vengono visti solo come un problema, dobbiamo “salvarli”. Il consolato italiano a Stoccarda, su indicazione del Ministero degli Esteri a Roma, li informò dell’esistenza di collegi speciali in Italia, che in seguito furono definiti i cosiddetti “orfanotrofi di confine” per i figli di italiani che lavoravano in Germania o in Svizzera. Lo Stato italiano versava piccole indennità giornaliere alle congregazioni religiose affinché si “prendessero cura” di noi bambini orfani di confine: a Trento, Domodossola, Intra, Varese, Osimo e in altre località lungo la frontiera settentrionale italiana» ha raccontato.
I genitori ce li hanno portati promettendo una gita, e lasciandoli là senza preavviso, pensando che senza addii espliciti avrebbero sofferto meno. Per lui è stato un abbandono. Alfonso e il fratello erano in classi diverse e non si vedevano mai, gli incontri con i genitori – per chi poteva – avvenivano solo a Natale, a Pasqua e durante le vacanze estive. «C’era molta violenza, anche sessuale. Ma di questo noi, bambini di confine, di solito non parliamo. Il dolore è insopportabile, e guardare indietro riapre continuamente quelle cicatrici incrostate. Chi lo farebbe mai volentieri?» ha scritto Pantisano. «La nostra infanzia era la merce di scambio di un accordo che nessuno aveva mai firmato pubblicamente: la Germania otteneva manodopera, l’Italia otteneva valuta estera – noi bambini pagavamo con la nostra infanzia».
Dalla sua storia Pantisano ha ricavato la capacità di dare «sempre un po’ di più», come il padre e la madre. Ma anche tanta rabbia. «Una rabbia che ogni mattina si svegliava con noi e la sera si coricava di nuovo al nostro fianco. Non la vedevo solo nel mio riflesso allo specchio, la vedevo negli occhi dei ragazzi turchi agli angoli delle strade, nei pugni degli uomini arabi che di notte resistevano nei bar con i narghilè, perché la giornata non aveva portato loro altro che rifiuti e umiliazioni. La vedevo nei volti degli operai edili polacchi che costruivano il futuro della Germania e la sera scomparivano come fantasmi nei loro container-alloggio. Nei volti dei ragazzi che mi assomigliavano e che, dopo ore di fila davanti ai locali, venivano respinti con un “Oggi no!” – come se domani le cose potessero andare meglio» ha raccontato. Ogni tanto quella rabbia esplodeva in violenza, e allora i tedeschi dicevano che gli immigrati erano «aggressivi».
Pantisano ha avuto bisogno di molti anni per riuscire a rielaborarla. Ora la sua rabbia è la stessa di tanti ragazzi italiani di seconda generazione. Mentre noi italiani di prima generazione continuiamo a ignorare la storia dei fratelli Pantisano e degli altri italiani come loro, che è anche la nostra Storia.
11 luglio 2026 ( modifica il 11 luglio 2026 | 16:44)
© RIPRODUZIONE RISERVATA