di
Renato Franco

Renzo Arbore ricorda il cantante, morto sabato 11 luglio a 86 anni: «Abbiamo suonato e riso tante volte. Con Luciano De Crescenzo andavamo spesso anche nel night club che aveva aperto proprio a Capri»

«L’ultima volta che gli avevo telefonato lo avevo sentito con la voce affaticata. La perdita della moglie, di Giuliana, era stata molto toccante per lui, perché Peppino si appoggiava molto alla vita coniugale, anche con gli amici». Le emozioni di Peppino di Capri e Renzo Arbore negli ultimi 70 anni si sono incrociate a più riprese.

Il primo ricordo?
«Il suo debutto a Primo Applauso, un programma tv in bianco e nero, una sorta di talent show, dove approdò giovanissimo. Credo che non si chiamasse ancora Peppino di Capri».



















































Poi?
«Alcuni amici musicisti di Napoli mi dissero che c’era uno molto bravo a Ischia, cantava Malatia, una canzone di Armando Romeo. Era lui. E aveva già preso il suo nome d’arte. Io scherzavo. Ma come, Peppino di Capri canta a Ischia? Sì, l’hanno lanciato proprio lì».

Le serate insieme?
«Abbiamo suonato e riso tante volte. Con Luciano De Crescenzo andavamo spesso anche nel night club che aveva aperto proprio a Capri. Ricordo anche tante serate meravigliose a Roma con lui e Carosone, ancora con Luciano e Marisa Laurito. Erano sempre incontri divertentissimi. Come quelli a casa di Roberto Murolo, nostro amico comune: passavamo serate a cantare canzoni napoletane».

Eravate coetanei.
«Però Peppino era già un idolo per noi. Suonavamo le sue canzoni nei locali: i dancing erano le sale da ballo estive, i night club quelle invernali. E noi agli inizi suonavamo le canzoni di Peppino di Capri perché erano obbligatorie, erano diventate super popolari».

La sua carriera non è stata solo «Champagne».
«Rimangono anche capolavori sottovalutati del suo repertorio come Nun è peccato che è una bellissima canzone. Luna caprese è un altro must e la cantava d’incanto. Su Champagne abbiamo naturalmente sempre sorriso tanto perché era la canzone che non si poteva non suonare».

La musica di Peppino di Capri è stata anche di rottura.
«La generazione di Peppino di Capri non era amata dai vecchi cantanti napoletani: la chiamavano nouvelle vague perché erano considerati rivoluzionari, moderni, quindi non degni di rappresentare la canzone napoletana. Ma per tutti noi Peppino era un idolo, aveva pure imitatori come Tonino d’Ischia e Rino da Positano».

Siete gli ultimi testimoni dei night club, che non hanno nulla a che vedere con la versione più recente.
«Il night club era il luogo dove nasceva una musica diversa, nuova, quella da ballare. Renato Carosone era il re incontrastato dei night, ma non si trovava mai perché stava sempre in Africa. E poi naturalmente c’erano anche Fred Buscaglione, Bruno Martino, Fred Bongusto».

Che serate erano?
«Si suonava fino a tardissimo, senza sosta. Cominciavamo alle 11 di sera e finivamo alle tre di notte, una gavetta straordinaria: dovevamo cantare 200 canzoni, conoscere tutto il repertorio a memoria, sia la musica sia le parole. Cantavamo pure canzoni messicane e cubane. Non finivamo mai».

12 luglio 2026