di
Stefano Agnoli

Che qualcosa si stia rompendo nel sistema energetico russo non è più negabile nemmeno dal Cremlino, anche se la crisi non sta ancora tagliando in modo significativo le entrate russe

Il «fronte delle raffinerie» non è una novità nella guerra russo-ucraina: Kiev colpisce infrastrutture petrolifere fin dal 2022. Ma da qualche mese il fenomeno ha cambiato scala, e la domanda che ora gli osservatori si pongono è: quanto questa campagna sta davvero incidendo sul sistema energetico russo?

Un primo cambiamento ha riguardato gli strumenti utilizzati, sempre più perfezionati. Il grosso del lavoro sulle raffinerie lo fa il drone FP-1 realizzato dalla Fire Point ucraina, il modello più citato nelle cronache dei mesi scorsi. Nato con una gittata dichiarata di 1.600 chilometri, è stato aggiornato con un serbatoio alare che lo porta fino a 2.700 chilometri, un salto tecnico che avrebbe reso possibile l’attacco alla raffineria di Omsk lo scorso 6 luglio. Da metà maggio, poi, alcuni esemplari della famiglia FP-1/FP-2 sono stati osservati con missili non guidati montati sotto le ali, in aggiunta alla testata principale.



















































I droni ucraini

Questa flotta, che comprende il missile Flamingo FP-5 da tremila chilometri, viene prodotta da una filiera industriale interna che oggi conta, secondo l’Atlantic Council, più di 500 aziende private capaci di sfornare circa 8 milioni di velivoli l’anno, in gran parte destinati al fronte ma con una quota crescente di modelli a lungo raggio.

Il «fronte delle raffinerie»

La cronologia aiuta a capire il salto di scala. I primi due anni di guerra (2022-2023) avevano visto pochi attacchi, per lo più contro infrastrutture di trasporto con l’obiettivo, allora limitato, di colpire le entrate petrolifere del Cremlino. Le prime incursioni mirate contro le raffinerie vere e proprie risalgono al 2024. 

Ma è tra l’agosto e il dicembre 2025 che la campagna ha cambiato natura: oltre 50 attacchi riusciti contro raffinerie e altri 30 contro infrastrutture connesse, con una prima minore crisi dei carburanti.

Dopo una pausa invernale la campagna è ripresa in primavera. Secondo l’analisi del centro studi polacco Rochan Consulting, ripresa dal Financial Times qualche giorno fa, dall’inizio del 2026 le raffinerie russe sono state colpite almeno 194 volte. È una cifra che la cronaca recente impone di aggiornare: non include né l’attacco alla raffineria di Omsk (6 luglio) né la successiva sequenza del 7-10 luglio, che porterebbe il conteggio ben oltre quota 200.

Com’è cambiata la tattica ucraina

Tre elementi, secondo un report Oies, segnano l’evoluzione della tattica ucraina. 

Il primo, come si è visto, è il raggio d’azione. Resta fuori portata, perché distante 4.400 chilometri, solo la raffineria di Angarsk in Siberia orientale

Poi c’è la persistenza: non più colpi isolati, ma cicli di attacchi ripetuti e pensati per impedire il ripristino degli impianti. 

Infine, la precisione: il bersaglio si è spostato dalle unità primarie di distillazione alle unità che producono benzina, diesel e jet fuel: utilizzando spesso componentistica colpita dalle sanzioni occidentali, richiedono tempi di riparazione più lunghi.

Gli attacchi si intensificano

Gli ultimi giorni hanno confermano che la traiettoria è tutt’altro che in esaurimento. Il 6 luglio è stato colpito l’impianto di Omsk, il più grande del Paese e principale produttore di benzina. Tra il 7 e il 10 luglio l’attacco si è esteso a nuovi fronti, in più riprese: raffinerie in Tatarstan e a Saratov, un terminale petrolifero a San Pietroburgo, petroliere nel Mar d’Azov. Ancora: una raffineria a Krasnodar (già colpita più volte), un complesso di lavorazione gas sul Baltico, un terminale a Taganrog, un deposito ad Azov, oltre a 13 petroliere e altre navi.

La capacità di raffinazione compromessa

Che qualcosa si stia rompendo nel sistema energetico russo non è più negabile nemmeno dal Cremlino

I dati raccontano più della retorica ufficiale: secondo Oies, la capacità di lavorazione delle raffinerie russe è scesa da 4,6 milioni di barili al giorno a marzo a 3,7 milioni di barili al giorno a giugno. Il livello più basso da 21 anni, calcolato però prima dell’arresto di Omsk del 6-7 luglio e quindi verosimilmente già superato al ribasso. 

È vero che nessuno ha una fotografia perfetta, ma tutte le fonti indicano una perdita sostanziale. Gli osservatori terzi (Oies, Kpler, Energy Intelligence, Rochan Consulting) convergono su un ordine di grandezza: tra un quarto e un terzo della capacità di raffinazione russa risulta compromessa nei momenti più gravi, con punte più alte durante i picchi di attacco.

Il paradosso dell’export 

In più, si sta creando anche un paradosso «strutturale»: quando il greggio non può essere lavorato in una raffineria danneggiata non sparisce, viene semplicemente dirottato verso l’esportazione. Nei primi sei mesi del 2026, mentre le esportazioni russe di prodotti raffinati calavano di 700 mila barili al giorno, le esportazioni di greggio aumentavano. 

La crisi non sta ancora tagliando in modo significativo le entrate valutarie della Russia legate al petrolio, ma starebbe spostando la composizione del suo export dal prodotto finito al greggio. 

Uno slittamento che ha due conseguenze. La prima è che solo una tregua stabile a Hormuz, oggi impensabile, avrebbe l’effetto di riaprire i flussi di petrolio e quindi di ridurre le entrate valutarie della Russia, rendendo letali i colpi ucraini. 

La seconda è che la minore disponibilità di benzina, jet fuel e diesel russo in questo scenario di crisi di offerta legato al Golfo non può che acuire globalmente la tensione su volumi e prezzi, per la competizione che fa nascere tra Paesi consumatori.

Le code ai distributori

Tante le lezioni che emergono da questi scenari. Colpisce, intanto, che un Paese che si è sempre presentato come superpotenza energetica e che ha usato l’energia come arma di offesa si trovi oggi a gestire code ai distributori, come negli anni sovietici. 

Mentre bisognerà tenere ben presente che i mercati petroliferi del 2026 non vanno più letti guardando solo ai barili, ma alla capacità reale di trasformarli in carburanti. Gli ucraini sono stati tra i più veloci a capirlo.

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12 luglio 2026