C’è un paradosso che vale più delle statistiche (di dubbia affidabilità) per capire lo stato dell’economia cinese: un autorevole economista di regime sente il bisogno di scrivere un lungo intervento pubblico per attaccare le tesi pessimiste che circolano tra i suoi stessi colleghi. Se il pessimismo fosse un fenomeno marginale, non meriterebbe tanta attenzione da parte di chi occupa la cattedra più prestigiosa dell’establishment accademico della Repubblica Popolare. Il fatto che se ne occupi, e con tale dovizia di dettagli, rivela molto sulle ansie dei dirigenti e sulle preoccupazioni dello stesso Xi Jinping.
L’economista in questione è Justin Yifu Lin, classe 1952, oggi decano dell’Istituto di Nuova Economia Strutturale e dell’Istituto per la Cooperazione Sud-Sud, entrambi alla Università di Pechino, dopo essere stato per anni chief economist della Banca Mondiale. È la figura che meglio incarna il pensiero economico ufficiale cinese. La sua dottrina sulla «nuova economia strutturale» sostiene che lo Stato deve orientare la politica industriale seguendo il vantaggio comparato del paese via via che questo cambia nel tempo: manodopera a basso costo nelle fasi iniziali dello sviluppo, capitale investito in tecnologie e capitale umano più avanzato nelle fasi successive. Una teoria elegante, che gli è valsa una visibilità enorme e un ruolo di portavoce della fiducia nella crescita cinese, spesso citato dai media di Stato come voce credibile a sostegno del governo.
A presentare il testo di Lin per i lettori occidentali è il sinologo James Farquharson, curatore della newsletter Sinification, che intanto segnala un limite di fondo nella sua teoria: tace sul fatto che la politica industriale favorisce certi attori economici a scapito di altri. Lin occulta il ruolo attivo e distorsivo dello Stato, presentandolo come un assecondamento «naturale» delle condizioni di mercato.
Ma l’intervento di Lin è interessante perché si addentra in profondità nelle tesi che vuole confutare — segno che quelle tesi non sono marginali nel dibattito cinese, ma al contrario molto diffuse tra gli economisti del paese, anche ortodossi e ascoltati dal regime. Lin individua tre narrazioni pessimiste oggi dominanti all’interno della Repubblica Popolare, e le affronta una per una.
La prima è quella di un sopravvento del settore statale sull’iniziativa privata: l’idea, cioè, che negli ultimi anni si sia consumato un trasferimento di ricchezza che ha sottratto risorse alle famiglie per dirottarle a vantaggio dell’industria di Stato. Lin ribatte che il rallentamento cinese è dovuto a shock esterni e alla debolezza della crescita e del commercio globali dopo la crisi finanziaria del 2008 — non a scelte di politica interna. È quello shock esterno, sostiene, ad aver spinto Pechino verso il grande investimento infrastrutturale a guida statale nel dopo-2008, un investimento che a suo dire ha finito per avvantaggiare anche le imprese private, generando domanda e occupazione lungo tutta la catena. A riprova che il settore privato non sia stato schiacciato, Lin cita le eccellenti performance ottenute dalle aziende private cinesi nei veicoli elettrici, nel fotovoltaico e nelle batterie al litio.
La seconda narrazione pessimista riguarda l’invecchiamento demografico. Qui Lin oppone un argomento classico ma efficace: la crescita non dipende solo dalla dimensione della forza lavoro, ma anche dalla sua qualità; questa può continuare a salire attraverso l’innalzamento dei livelli di istruzione, compensando il calo numerico della popolazione attiva.
La terza narrazione contestata da Lin è sul rischio che la Cina sia colpita dalla «sindrome giapponese», con riferimento alla lunga stagnazione di Tokyo dopo lo scoppio della bolla immobiliare degli anni Novanta. Oggi quel precedente viene applicato da molti osservatori al caso cinese. Lin nega che il paradigma valga per la Cina: a suo avviso la stagnazione giapponese fu causata soprattutto dall’abbandono, da parte di Tokyo, della politica industriale attiva, il che limitò le opportunità di investimento — non fu causata dal peso del debito privato. Applicato alla Cina, l’argomento della «recessione da problemi di bilancio» si concentra sull’onere del debito, elevatissimo in Cina se si sommano quello dello Stato centrale, quelli delle amministrazioni provinciali, e quelli delle imprese. Secondo Lin i depositi delle famiglie cinesi testimoniano che il risparmio abbonda. L’estrema debolezza dei consumi, dunque, deriverebbe non da una scarsità di potere d’acquisto, ma da aspettative deboli. E qui Lin chiude il cerchio. Una delle cause principali di queste aspettative deboli, sostiene, è proprio l’influenza esercitata sull’opinione pubblica dalle narrazioni pessimiste che tanti economisti — suoi colleghi — continuano a diffondere. Il pessimismo, insomma, sarebbe fabbricato in modo artificiale.
La ricetta di Lin per uscire dall’impasse attuale è coerente con la sua impostazione teorica, tutta centrata sulla politica industriale. Per lui la Repubblica Popolare deve continuare a cumulare i vantaggi da «ritardatario» nei settori tradizionali — quelli in cui l’industria locale imita modelli già collaudati altrove — con i vantaggi del pioniere in certi settori emergenti, dove può competere alla pari o guidare l’innovazione globale.
Lin individua nella diffusione delle tesi pessimiste tra gli economisti più influenti una sorta di «svantaggio strutturale» per la Cina. È un’ammissione di quanto il clima psicologico — le aspettative, la fiducia, il racconto pubblico che l’economia fa di sé stessa — preoccupi i vertici della nomenclatura comunista. In un sistema che ha fatto della pianificazione e del controllo del discorso pubblico uno strumento di governo, il pessimismo diffuso è l’indizio di una crisi di fiducia cinese percepita, nelle stanze che contano, come un problema serio.
Quanto sono solide le confutazioni di Lin nel merito? Non ha torto quando liquida l’invecchiamento demografico come falso problema, a condizione che si realizzi il suo scenario virtuoso: che l’innalzamento della qualità del capitale umano compensi il calo della forza lavoro. Su questo la Cina segue il modello del Giappone, ancora una volta: anziché seguire la moda occidentale dell’Apocalisse demografica, punta su intelligenza artificiale e robotica per «accompagnare» la transizione verso la longevità. Invece non convince la sua lettura della stagnazione giapponese come conseguenza dell’abbandono della politica industriale, più che del sovraindebitamento privato. Il suo intervento resta una testimonianza preziosa: non tanto per quello che dimostra sulla salute dell’economia cinese, quanto perché rivela, involontariamente, lo stato d’animo di chi la osserva da dentro.
13 luglio 2026, 12:01 – modifica il 13 luglio 2026 | 12:04
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