E questo è un peccato perché, se il pubblico avesse prestato attenzione alle domande di Alberto Angela, si sarebbe reso conto di un dettaglio non di poco conto: che i classici sono tali proprio perché il pubblico è libero di interpretarli alla propria maniera. Fermo restando che parliamo comunque di un’opera di finzione e che, a dirla tutta, non sappiamo nemmeno se sia stato un singolo autore a scriverla, Alberto Angela con la sua intervista a Nolan e a Damon ha dimostrato che non bisogna avere paura di ciò che Hollywood cerca di trasporre sul grande schermo, perché storie così complesse e così ricche di sfumature come L’Odissea meritano di essere interpretate e lette secondo il proprio gusto e la propria sensibilità.

Interessante, per esempio, il momento in cui Damon ha confidato ad Alberto Angela che un reduce di guerra di sua conoscenza ha definito l’Odissea la migliore trasposizione di un disturbo post-traumatico da stress che sia stata presentata, a conferma che ognuno vede in una storia quello che il proprio bagaglio personale gli suggerisce. L’Odissea, come sottolineato dallo stesso Angela, può essere vista come la storia di un viaggio, di una ricerca, di una scoperta, di una perdita e di una conquista: non c’è un’interpretazione giusta o sbagliata, ed è per questo che non bisogna spaventarsi se Hollywood vuole raccontarla alla propria maniera. Chi accusa Alberto Angela di una «caduta di stile» con questa intervista si dimostra poco lungimirante e illuminato: perché essere persone di cultura non vuol dire puntare il fucile contro tutto ciò che non è istituzionalizzato e accurato storicamente, ma riconoscere e incoraggiare le nuove versioni affinché un mito raggiunga quante più generazioni possibili per discuterne ancora.