Dal creatore di Narcos, una serie piena di storie, personaggi e suspense, immersa in un minestrone di storia, nostalgia e violenza
Chiunque scriva una serie tv sa che una regola fondamentale è “partire bene”. Qualunque cosa significhi per te, a seconda della rete o piattaforma su cui ti trovi, è necessario che il pubblico rimanga subito incuriosito dalla tua storia e dai tuoi personaggi, si senta ingaggiato senza essere giudicato, intrigato ma non messo troppo in difficoltà , invitato dentro un mondo che profuma d’avventura, senza che sembri una foresta impenetrabile. Il motivo, molto semplice, è che stai chiedendo a queste persone di seguirti per mesi o anni, e se ti bruci la prima impressione, poi diventa dura.
Questo vale anche e forse soprattutto per quelle serie molto corali, dall’anima crime, in cui fin da subito si finisce dentro una fitta rete di rapporti reciproci, di tensioni e faide, che prevedono un gran numero di personaggi e situazioni, da presentare allo spettatore con particolare cautela: bisogna rispettare la ricchezza narrativa della storia, evitando però che a chi guarda giri la testa e si senta spaesato dopo venti minuti.
Questa era anche la sfida di The Westies, nuova serie di MGM+ (disponibile in Italia nel canale dedicato all’interno di Prime Video) creata da Chris Brancato e Michael Panes, dove Brancato altro non è che il co-creatore di Narcos.
E che dire, per ora sfida vinta.

Come in Narcos, ma un po’ meno che in Narcos, Brancato prende spunto dalla realtà : con il termine “Westies” si fa riferimento a una gang criminale di origine irlandese molto ristretta (nell’ordine dei 10-20 membri alla volta) ma molto attiva a Manhattan fra anni Sessanta e primi anni Novanta. Brancato prende i Westies, con tutto il loro portato culturale, con la loro coscienza nazionale e nazionalista, e li piazza in un’arena con un avversario molto più grosso (la mafia italiana), un ricco premio (i soldi che si possono rubacchiare da un enorme progetto di costruzioni), e qualche pericolo istituzionale (una task force pensata per sgominare queste bande che rovinano la città ).
In termini di puro marketing, la stella più luminosa è J.K. Simmons, che interpreta Eamon Sweeney, capo dei Westies, anche se in realtà non è propriamente lui il protagonista, ruolo ricoperto dal suo uomo più fidato, Jimmy Roarke (Tom Brittney), e in parte dal migliore amico di quest’ultimo, la testa calda Mickey Flanaggan (Stanley Morgan).
Ma poi ci sono anche altre facce note, fra cui Sarah Bolger (Mayans, Once Upon a Time, Into the Badlands), che interpreta la fidanzata di Jimmy, Bridget, e il veterano Titus Welliver, che interpreta Glenn, poliziotto corrotto ammanicato con (ma non per forza amico di) Sweeney.
Il tutto per raccontare di un’alleanza estremamente precaria, quella fra irlandesi e italiani, che dovrebbe ricavare la sua solidità dal comune desiderio di spartirsi un sacco di milioni, ma che risulta costantemente minacciata dal fatto che nell’uno e nell’altro campo ci sono maschi alpha che si detestano, si insultato, si menano, e quando capita si rapiscono e si sparano.

Come accennato all’inizio, il maggior pregio di questi due primi episodi di The Westies non sta tanto nell’alto livello produttivo e nella bravura del cast (che pure ci sono e vanno sottolineati), quanto nell’abilità con cui Brancato e Panes maneggiano una materia narrativa potenzialmente complicata, tirandone fuori quasi due ore di racconto preciso, lineare, appassionante e comprensibilissimo.
I due si affidano consapevolmente a qualche momento piĂą didascalico, mezzi spiegoni fatti dai personaggi, ma che hanno senso nel contesto in cui sono calati, per esempio dove un anziano mentore deve spiegare le ragioni di una sua azione molto controversa a un giovane sottoposto.
Allo stesso tempo, la furia e l’imprevedibilità dei caratteri più fumini vengono costantemente accostate alla razionalità e abilità strategica di quelli più pacati, creando una continua tensione e un’imprevedibilità che si tramutano in energia che sprizza fuori dal racconto.
E proprio quell’imprevedibilità , unità a una certa simpatia per gli irlandesi ubriaconi che ci portiamo dietro da Shameless, genera anche qualche scena più leggera, ironica quando non proprio comica, che impedisce alla serie di diventare una pesata continua, in questo accomunandosi a certi altri prodotti amatissimi che avevano a che fare con gang di vario tipo, dalla nostra amata Sons of Anarchy alla recente Mobland, passando naturalmente per Peaky Blinders.

Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino, The Westies si è alzata benissimo dal letto. Un mondo ricco e storicamente stuzzicante, personaggi pieni di carisma ed energia, una storia violenta, a tratti quasi splatter, ma non respingente, che si gioca sulla capacità di alternare toni molto diversi e di accelerare improvvisamente in scene di pura suspense.
Se dovessi trovare un difetto, per ora lo vedrei solo nella sottostoria di Bridget, apparentemente meno efficace e piĂą slegata dalle altre, ma in realtĂ potenzialmente feconda di altra violenza e passioni viscerali.
Vedremo se Brancato saprà tenere la barra dritta senza perdersi in troppi rivoli e senza essere costretto a troppi salti dello squalo (e già in questi due episodi ci sono alcune scelte consapevolmente e gustosamente grottesche, ma con le quali è un attimo farsi prendere la mano).
Per ora, comunque, avercene.
Perché seguire The Westies: per la storia ricca, bei personaggi, belle tensioni, e un autore che ha già dimostrato abilità in questo genere.
Perché mollare The Westies: per il timore che possa diventare troppo incasinata o troppo grottesca (timore basso, comunque).
E se a un tuffo nel (recente) passato preferite uno slancio nel (lontano) futuro, non vi resta che provare con Void, il mio romanzo che sta sempre lì in ebook e cartaceo pronto per un’estate piena di magia e viaggi interstellari!
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