L’ex centrocampista si racconta: “A sedici anni giocavo con la dieci di Michel e segnai contro l’Ascoli. Avevo tanti occhi addosso, ma non ero il nuovo Baggio. quanti ricordi con Vialli e Mancini. Boskov viveva nel mio palazzo a Napoli, lo raggiunsi dopo che Eriksson mi aveva fatto fuori a Genova…”
C’è stato un tempo in cui per tutta l’Italia era lui il nuovo “Golden Boy”. Aveva infilato tre gol decisivi per la vittoria dell’Europeo U21 del 1992 con Cesare Maldini in panchina. Renato Buso ondeggiava sulla trequarti, portandosi sulle spalle l’etichetta di ragazzo d’oro. All’alba degli anni novanta i tifosi vedevano in lui il futuro della Nazionale. “Non ero né il nuovo Baggio, né simile a Vialli. Penso, però, di essere stato una buona spalla per entrambi”. Oggi lo racconta col sorriso. Negli anni si è scrollato di dosso paragoni scomodi e accostamenti fastidiosi. “Dovevo essere il futuro dell’Italia? Non lo so, so solo che mi sarebbe piaciuto esordire almeno una volta. E forse me lo sarei pure meritato…”. Buso viaggia nei ricordi, tira fuori aneddoti, passa dai grandi presidenti ai tanti campioni con cui ha giocato. E se la ride. I rimpianti di tutto quello che poteva essere non ci sono più.
Buso, quando aveva 16 anni tutti gli occhi dell’Italia del pallone erano su di lei. Come l’ha vissuta?
“È stato tutto molto veloce. Ero un ragazzino. Alla prima, contro la Fiorentina, gioco con il dieci di Platini e alla seconda segno contro l’Ascoli. Giocavo in coppia con Michel. Per me, che avevo 16 anni, sembrava di giocare alla PlayStation”.
Già, Platini. Ricorda il primo incontro?
“Eccome. Ogni chiacchierata con lui era un’emozione. A fine allenamento ci mettevamo a cercare di prendere i paletti piazzati all’incrocio e Michel… la metteva sempre lì. ‘Sdeng’, dopo ogni tiro. E poi mi diceva ‘prova anche tu’. Ricordo anche quando Agnelli lo beccò a fumare a Villar Perosa e gli chiese di smettere. Lui lo guardò negli occhi e aggirò la richiesta con un dribbling furbo. ‘Avvocato, basta che non fumi Bonini. È lui che corre per me’. E scoppiarono a ridere. Gianni gliele lasciava passare tutte, ne era innamorato”.
Alla Juve è stato quattro anni, senza mai essere però un primo violino. L’ha sofferta?
“Ho avuto una vita da dodicesimo uomo. Lottavo per ritagliarmi il mio spazio e ogni tanto ce l’ho fatta. Capisce però che genere di campioni avevo davanti?”
Eppure, dopo l’Europeo tutta l’Italia parlava di lei…
“Eh, forse è stato un male, non so. Adesso non ci penso. Non ero né il nuovo Baggio, né simile a Vialli. Penso, però, di essere stato una buona spalla per entrambi. Sull’Europeo posso dire che è stato fantastico, anche se ovviamente ha alzato le aspettative. Mi sarebbe piaciuto esordire in Nazionale maggiore, quello sì, e forse me lo sarei pure meritato”.
A fine allenamento mi fermavo a calciare con Michel. Agnelli non voleva che fumasse, lui rispondeva scherzando: ‘Bonini corre per me, è lui che non deve fumare?’
Buso su Platini
Menzionava lei Baggio. Se lo ritrovò compagno d’attacco a Firenze.
“Eravamo anche in stanza insieme. Robi si svegliava un’ora prima per pregare. Si chiudeva in bagno e meditava. Era un ragazzo d’oro, un buono. Cantavamo le canzoni di Zucchero e giocavamo a briscola. E intratteneva lo spogliatoio con le sue barzellette”.
In quel gruppo c’era anche Pioli, arrivato con lei a Firenze dalla Juventus.
“Mi prendeva in giro. ‘Non montarti la testa ora che sei in camera col più forte’, scherzava. Siamo ancora amici, alla Juventus eravamo i più giovani del gruppo”.
Poi la Samp. Una sfilza di personaggi in serie. Vialli, Mancini, Boskov e così via…
“Eravamo un bel gruppo, a Genova si sta da Dio. Mantovani era un presidente illuminato, per farti firmare il contratto ti invitava a casa. E non voleva procuratori durante le trattative. Certo, la sconfitta in finale con il Barcellona fa ancora male. È una ferita rimasta aperta. Non meritavamo di perdere e il fallo da cui nacque la punizione è assurdo. Piansi guardando la Coppa dei Campioni. Pensai che un’occasione del genere non mi sarebbe capitata mai più”.
Un flash su Vialli e Mancini?
“Luca era un grande. Una volta prima di una partita importante mandò un messaggio a tutta la squadra. ‘Passatemela, spetta a me fare gol’. Lui e il Mancio erano uno spettacolo. A Wembley si sono ripresi insieme con gli interessi quello che il destino gli aveva tolto. Quel giorno, davanti alla tv, mi sono emozionato anche io”.
Dopo due anni andò via dalla Samp.
“Colpa di un diverbio con Eriksson. Litigai con lui e con Mancini e fui costretto a trasferirmi. Con il mister ci ritrovammo alla Lazio, mi fece fuori anche lì…”
“Mah, io pensavo gli fosse passata a distanza di anni. E invece alla prima amichevole mi schierò difensore centrale. Lo guardai come a dire: ‘Io, davvero?’ Lo presi come un affronto. Finita la partita andai da Zoff e dissi che volevo essere ceduto. Non avevo niente da chiarire con Eriksson, mi era bastato quell’episodio”.
Andai via dalla Samp dopo un litigio con Eriksson. Lo ritrovai alla Lazio e mi fece fuori anche lì…
Buso su Eriksson
A Napoli, invece, ritrovò una seconda giovinezza.
“Arrivavo dalla Samp e avevo voglia di riscatto. Soprattutto ritrovai Boskov, un padre per me. Abitavamo nello stesso palazzo a Posillipo, spesso mi invitava a prendere un caffè per capire meglio le dinamiche di spogliatoio”.
“La Nazionale. E poi forse non essere andato all’Inter quando c’era Ronaldo… sfumò tutto all’ultimo. Il mio procuratore era Branchini, lo stesso che aveva portato il Fenomeno in nerazzurro. Io avevo già un accordo, ero in viaggio per Milano, ma l’affare saltò. Peccato, mi sarebbe piaciuto chiudere lì”.
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