Ci sono poche certezze nel “giallo della ricina”, quello che finora sembra avere le sembianze del “delitto perfetto”. Queste certezze – estrapolate dalle 838 pagine della perizia medico-legale depositata alla Procura di Larino, che indaga ancora contro ignoti in merito al duplice omicidio premeditato – attestano che Antonella Di Ielsi e la figlia Sara di Vita sono morte per «un’intossicazione acuta da tossine del ricino» e che molto probabilmente hanno assunto la sostanza per via orale, quindi diluita in una bevanda o in un cibo.

E che il pasto incriminato sia stato consumato «verosimilmente tra il 23 ed il 24 dicembre 2025». Dagli atti emerge che «la signora Di Ielsi manifestò i primi sintomi nella mattinata del 25 dicembre 2025, con nausea e vomito ripetuto, mentre la minore Sara Di Vita iniziò a presentare analoga sintomatologia nella tarda mattinata dello stesso giorno».

«Maxi-dosi ma si potevano salvare»

Anche Giovanni Di Vita, rispettivamente marito della 50enne e padre della 15enne, aveva manifestato contemporaneamente fastidi simili. «Tale andamento – si legge nella relazione -, caratterizzato da esordio temporalmente ravvicinato nei tre componenti del nucleo familiare e da diversa intensità clinica individuale, risulta compatibile con una esposizione comune avvenuta in un momento antecedente alla comparsa della sintomatologia gastroenterica». Anche Giovanni Di Vita, l’ex sindaco di Pietracatella (il paese molisano dove si è consumata la tragedia), ha quindi assunto ricina, anche se forse in quantitativi inferiori. L’unica rimasta immune, è la figlia di 19 anni Alice Di Vita, alla quale la squadra mobile di Campobasso nei mesi scorsi ha sequestrato il cellulare.

LA FINESTRA TEMPORALE
«In caso di esposizione orale a lectine del ricino, la comparsa dei sintomi – spiega il collegio peritale guidato dal medico legale Benedetta Pia De Luca – non è necessariamente immediata, ma può manifestarsi dopo un intervallo variabile, dipendente da molteplici fattori (tra cui quantità assunta, modalità di introduzione, condizioni generali del soggetto).

Ne consegue che il solo dato temporale non consente di individuare con certezza il preciso momento dell’assunzione, ma permette di circoscrivere una finestra temporale ragionevolmente compatibile con l’esordio clinico osservato. Nel caso in esame, la comparsa dei primi sintomi nella mattinata del 25 dicembre orienta verso una possibile esposizione avvenuta verosimilmente tra il 23 ed il 24 dicembre». Antonio Di Vita, sentito a sommarie informazioni dalla polizia il 28 dicembre scorso, ha riferito che il 23 sera suo fratello Gianni aveva cenato nella sua casa di Pietracatella con la figlia Sara e la moglie Antonella. Mentre il giorno della vigilia di Natale, tutto il nucleo familiare (compresa la figlia più grande, Alice) avevano pranzato «insieme alla famiglia di Antonella: erano circa 9 persone e avevano mangiato le vongole che mia cognata Antonella aveva preparato. La sera del 24 abbiamo cenato tutti insieme a casa di mia madre e di Gianni. A tavola eravamo io, mia moglie, i miei figli, Gianni, sua moglie e le sue figlie e mia madre. Nessuno dei presenti a tavola, ad esclusione di Gianni, Antonella e Sara è stato male».

LA DOSE LETALE
Le indagini chimico-tossicologiche eseguite sui campioni biologici della 50enne hanno evidenziato la presenza di tossine del ricino «in quantità pari a 722 ng/mL nel sangue centrale post-mortem». Mentre nella figlia 15enne hanno evidenziato la presenza di tossine del ricino «in quantità pari a 630 ng/mL nel sangue centrale post-mortem». Valori «compatibili con un’intossicazione acuta da tossine del ricino», si legge nella relazione medico-legale. «La letteratura disponibile in merito alla dose tossica o letale nell’uomo è scarsa, frammentaria e in parte fondata su dati aneddotici. Sono riportati valori molto variabili per la dose letale orale, con stime comprese tra 1 mg/kg e 20 mg/kg, e viene tradizionalmente indicata una possibile letalità dopo ingestione di un numero limitato di semi, se adeguatamente rotti o masticati».

I 4 consulenti della Procura di Larino, tra cui il primario del Centro Antiveleni di Pavia, Carlo Locatelli – concludono che «non esiste un antidoto specifico per la ricina disponibile nella comune pratica clinica. Il trattamento dell’intossicazione, anche quando sospettata o accertata, è essenzialmente sintomatico e di supporto». «Ne consegue che, anche in presenza di una gestione ospedaliera più prudente e più intensiva, non è possibile affermare oltre ogni ragionevole dubbio che il decesso non si sarebbe verificato». Ma non basta secondo i periti per scagionare i 5 medici accusati di omicidio colposo, per non aver adeguatamente curato madre e figlia. I camici bianchi dell’ospedale di Cardarelli di Campobasso l’avevano infatti catalogata come influenze intestinale. «Alla luce dell’elevato quantitativo delle tossine del ricino individuate agli esami tossicologici, dell’assenza di antidoto specifico e della rapidità evolutiva del quadro, non è possibile affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso delle pazienti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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