di
Elena Tebano
Ellis aveva 28 anni quando nel 1955 uccise l’amante David Blakely, aristocratico pilota di automobili, con 6 colpi di pistola a Londra. Il processo durò due giorni, la condanna fu emessa in 14 minuti. Poi emersero particolari fondamentali che non erano stati presi in considerazione
Sembrava una Marilyn inglese, è stata l’ultima donna condannata a morte nel Regno Unito, esattamente 71 anni fa. La scorsa settimana, dopo una lunga battaglia portata avanti dai nipoti, Re Carlo l’ha parzialmente riabilitata su indicazione del governo britannico, che ha definito la sua esecuzione un’«ingiustizia storica». Ruth Ellis aveva 28 anni quando la domenica di Pasqua del 1955 uccise il suo amante, l’aristocratico pilota di automobili David Blakely, sparandogli 6 colpi di pistola davanti a un pub londinese, il Magdala. Era single, appariscente, madre di due bambini avuti da uomini diversi, gestiva un night club e si era occasionalmente prostituita. L’antitesi della donna «per bene» nell’Inghilterra del Dopoguerra, che voleva riportare le donne al focolare domestico, dopo che per anni avevano coperto i posti di lavoro degli uomini in guerra. E non aveva neanche provato a negare l’omicidio.
Negli atti del processo fu definita una «donna promiscua», venne accusata di aver agito per «gelosia», muovendo dall’assunto che Blakely, un uomo di una classe sociale molto più alta della sua, voleva lasciarla. Il processo durò due giorni, qualcuno dal pubblico le urlò «sgualdrina bionda» quando Ellis entrò in aula, la giuria ci mise 14 minuti a condannarla. L’esecuzione avvenne tre settimane dopo, il 13 luglio 1955, mentre una folla di mille persone attendeva davanti al carcere. «Espiato con il patibolo l’amore geloso di Ruth» titolò il Corriere dell’Informazione, dandone notizia in Italia.
Subito dopo il processo, però, iniziarono a emergere altri particolari che nessuno aveva voluto prendere in considerazione. In aula Ellis era ricoperta di lividi per le botte ricevute, anche in pubblico, da Blakely, che l’aveva persino spinta giù per le scale. Ellis e diversi testimoni, tra cui i medici, hanno raccontato che Blakely minacciava di ucciderla. Tre settimane prima aveva perso il bambino che portava in grembo perché lui l’aveva picchiata selvaggiamente. L’uomo sapeva che lei era incinta e che il figlio era suo. Ai giurati del processo, però, fu detto di non tenere conto del fatto che fosse stata «maltrattata dal suo compagno».
In seguito si è scoperto che non erano i primi abusi subiti da Ellis. Il padre era un musicista che accompagnava i film muti nei cinema. Era anche un pedofilo che aveva violentato lei e la sorella. Ellis è cresciuta in povertà, e aveva iniziato a lavorare in fabbrica a 14 anni. Poi a 17 anni aveva avuto un figlio da un soldato canadese, salvo scoprire che era già sposato. Ma non aveva rinunciato alle sue ambizioni: cantava nei pub, ha fatto la comparsa al cinema, e ha fatto carriera nei night del Dopoguerra, luoghi trasgressivi dove l’alta società incontrava le classi popolari e dove Ellis aveva conosciuto Blakely. Resilienza, la chiameremmo oggi.
Studiando gli atti del processo la scrittrice Carol Ann Lee (autrice di A Fine Day for a Hanging: The Ruth Ellis Story, pubblicato nel 2012) ha scoperto che alla giuria non è mai stata presentata una testimonianza fondamentale, quella del figlio più grande di Ellis, Andre, interrogato dalla polizia solo dopo l’impiccagione della madre.
Il bambino ha raccontato che a fornire la pistola a Ellis e ad accompagnarla sul luogo del delitto era stato il proprietario del night club da lei gestito, Desmond Cussen, con cui la donna aveva una relazione e che era geloso della sua ossessione per Blakely. «Era molto benestante, voleva sposarla, voleva prendersi cura di Andre, il figlio di Ruth, che nel 1955, all’epoca dell’omicidio, aveva 10 anni. Lei aveva una relazione con lui, ma non lo amava. L’attrazione semplicemente non era la stessa che provava per David» ha raccontato Lee. Cussen «ha dato a Ruth la pistola. Le ha insegnato a sparare. Quella notte l’ha portata al Magdala per uccidere David». Ma il suo ruolo nella vicenda non è mai stato neanche preso in considerazione (Cussen ha sempre negato ogni coinvolgimento). Ed Ellis non lo ha denunciato, spiega Lee, perché aveva promesso che si sarebbe preso cura di Andre e dell’altra sua figlia, Georgina, che aveva tre anni. Anche se Cussen non lo ha mai fatto: subito dopo l’esecuzione di Ellis si è trasferito in Australia, da solo.
L’impiccagione di Ellis ha travolto anche la sua famiglia. Soprattutto Andre, che non si è mai perdonato di non aver parlato prima con la polizia (anche se all’epoca era solo un bambino). La nipote di Ellis, Laura Enston ha raccontato che i due figli della donna non si sono mai ripresi dopo l’esecuzione. «Mio zio si è tolto la vita; il trauma di mia madre l’ha resa incapace di essere la madre di cui avevamo bisogno», ha detto Enston. «L’ombra dell’esecuzione di Ruth si è abbattuta su due generazioni. Abbiamo portato un peso di vergogna che non ci apparteneva». Per anni Enston non ha detto a nessuno che Ellis era sua nonna. «Nel cortile della scuola mi dicevano continuamente: “Sai, tua nonna è un’assassina”, “Sai, è una prostituta”. E poi, le ragazze a scuola… c’è un gioco che si chiama “L’impiccato”. Lo disegnavano e spingevano il foglio verso di me» ha raccontato a Npr. Solo dopo aver letto il libro di Carol Ann Lee ha smesso di vergognarsi.
È stata lei, insieme ad altri tre nipoti, a chiedere la revisione della condanna. «Lo faccio per Ruth. Lo faccio per le mie figlie. Lo faccio per ogni donna che ha subito misoginia e discriminazione da parte del sistema giudiziario» ha detto.
Si ritiene che il caso di Ellis abbia cambiato la legislazione britannica: «L’esecuzione di Ruth Ellis ha messo in agitazione un’altra volta il gruppo dei deputati laboristi, che oggi solleveranno in Parlamento la questione della pena capitale e alla prossima Sessione della Camera, in autunno, inviteranno il Governo a preparare una legge che la vieti», scrisse all’epoca il Corriere dell’Informazione. Due anni dopo l’impiccagione, anche in seguito a quei fatti, il Parlamento approvò una legge che consentiva di invocare la difesa per responsabilità attenuata. Se al momento del processo fosse stata in vigore Ellis sarebbe stata condannata al massimo per omicidio colposo e non alla pena di morte. Il Regno Unito sospese la pena di morte nel 1965 e la abolì nel 1970.
Adesso il governo ha finalmente preso atto del fatto che Ruth Ellis era stata vittima di «violenza domestica e comportamenti coercitivi e controllanti che oggi potrebbero essere interpretati in modo diverso» ha dichiarato in un comunicato il ministro della Giustizia David Lammy, che ha chiesto al sovrano di commutare la condanna nei confronti di Ruth. «La grazia condizionata concessa oggi è un atto di clemenza. Speriamo che porti un po’ di pace alla famiglia di Ruth».
«Finalmente è stata fatta giustizia», ha dichiarato in un comunicato Laura Enston. «Questa grazia non cancella ciò che è accaduto 71 anni fa. Non restituisce le vite che sono state spezzate — i figli rimasti orfani, gli anni perduti. Ma afferma, formalmente e definitivamente, che Ruth non avrebbe dovuto essere giustiziata; che il sistema giudiziario l’ha delusa. Questo riconoscimento è di fondamentale importanza per la nostra famiglia».
14 luglio 2026 ( modifica il 14 luglio 2026 | 10:44)
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