Vamos Spagna, débâcle Francia: il racconto della semifinale

(di Paolo Tomaselli, inviato a Dallas) Eccola qua la grande sorpresa del Mondiale: la debacle fragorosa della super Francia, la versione più bella della lunghissima era Deschamps, totalmente evaporata nell’unica partita giocata al fresco dopo un mese di caldo umido. A stupire non è certo questa Spagna, solida, perfetta tecnicamente ed essenziale, che raggiunge la seconda finale della sua storia, dopo quella vinta nel 2010. Ma appunto il modo in cui la squadra che si era guadagnata il ruolo di principale favorita esce quasi senza colpo ferire dalla sua «missione», come l’aveva battezzata lo stesso Deschamps, che lascia a Zidane.
Non c’erano stati fin qui segnali di cedimento tali da giustificare una prestazione così grama da parte di Mbappé e compagni, capaci di punzecchiare Simon solo nel finale. Ma aveva ragione il capitano a dire «che questa non è la Francia più forte di sempre perché non ha ancora vinto niente». E adesso è più semplice dire che l’ineffabile Didier ci aveva visto giusto, ripetendo che «la favorita principale è la Spagna». E magari dopo Marco Aurelio e Giulio Cesare, Luis De La Fuente in vista della finale citerà anche Napoleone: ormai dopo aver battuto i francesi all’Europeo e in Nations se lo può permettere. Anche perché quello che fa la differenza è il dominio in mezzo al campo e di conseguenza sulle fasce, con il terzino destro del Tottenham Pedro Porro migliore in campo.
Tutti aspettano l’esibizione delle stelle francesi, compreso il pubblico di Dallas che vota Mbappé e non Yamal. Ma le stelle stanno a guardare e il primo tempo dei Bleus nel giorno della presa della Bastiglia è da Terrore, anche se l’andamento tattico non è diverso da quanto previsto. Il pallone è soprattutto spagnolo, ma appena la Francia riparte dà la sensazione di poter colpire, nonostante sia di fronte alla miglior difesa del torneo.
La banda di Deschamps però si ritrova per la prima volta in svantaggio a causa di un fallo da dilettante di Digne su Lamine Yamal e del rigore perfetto di Oyarzabal, una botta a 120 km/h. Il goffo calcione dell’ex romanista al baby fenomeno spagnolo è tanto inconsapevole, quanto incomprensibile, anche se si sapeva che in quel duello si nascondeva il punto debole francese. Dopo appena 8’ Rabiot, uno degli uomini chiave nel groviglio di centrocampo, invece è già ammonito, per un pestone su Olmo, mentre al 30’ Saliba, colonna della difesa, lascia per guai fisici.
Se Mbappé, Dembelé e soprattutto l’irriconoscibile Olise tirassero almeno una volta in porta, forse Deschamps sarebbe più tranquillo. Ma il talento del Bayern perde palloni come caramelle, sovrastato da Rodri, ma anche da Fabian Ruiz, scelto ancora al posto di Pedri per la sua fisicità: è in mezzo al campo che la Spagna stravince la partita. Anche se oltre al rigore, l’unico grande pericolo è un tiro proprio di Fabian, deviato in corner da Upamecano.
Dembelé pesca Mbappé con una grande apertura ma la vedette del Real è sempre circondato. Prima dell’intervallo invece Unai Simon deve salvare di piede un’uscita sullo stesso Kylian e lo fa alla grande. Deschamps ha scelto a sinistra Barcola al posto di Doué, per le ripartenze, ma Doué è sembrato sempre più ispirato. Appena entra lui, che ha Mike Tyson come idolo, Pedro Porro però stende la Francia per ko tecnico, sfruttando un assist sopraffino di Dani Olmo, forse l’uomo chiave di questa Spagna. Il cui segreto però ormai è evidente, ancora di più in contrapposizione a questa Francia: nel Mondiale dei grandi campioni, la vera stella è il collettivo. E illumina già la finale.