di
Federico Rampini

Sfida gli Usa ma invecchia e paga la rigidità del regime

Trent’anni fa le élite dell’Occidente ebbero un’illusione. Da Bill Clinton a Bill Gates, molti pensarono che l’ingresso della Cina nell’economia globale l’avrebbe resa simile all’Occidente: più ricca, dunque più libera; più interessata alla cooperazione che al confronto. La storia ha preso un’altra direzione. Già nel 2008 dopo la crisi iniziata a Wall Street, i dirigenti comunisti di Pechino cominciarono a teorizzare il declino irreversibile dell’America e la superiorità del loro modello. Quattro anni dopo, con l’avvento al potere di Xi Jinping, la Cina ha abbandonato la cautela diplomatica dei suoi predecessori. Ha usato il capitalismo per rafforzare uno Stato autoritario. Ha sfruttato i mercati aperti per prepararsi a un mondo in cui la globalizzazione stessa si frantuma.

C’è un paradosso spesso dimenticato. Il miracolo cinese non è nato dal comunismo, ma dal suo abbandono. Quando Mao Zedong morì nel 1976, la Cina usciva distrutta dal Grande Balzo in Avanti e dalla Rivoluzione culturale, due esperimenti che avevano provocato carestie, violenze e arretratezza. Dal 1978 Deng Xiaoping cambiò strada. Senza rinunciare al monopolio politico del Partito comunista, introdusse proprietà privata, mercato, investimenti stranieri. La Cina studiò i vicini asiatici — Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore — la cui industrializzazione orientata all’export aveva trasformato economie povere in potenze manifatturiere. I primi capitali arrivarono proprio da Hong Kong (allora britannica), Taiwan, Tokyo, e dalla diaspora cinese del Sud-Est asiatico. Il capitalismo fece decollare un sistema politico che rimaneva comunista.



















































La lezione della Cina di Xi: né padrona del mondo né bolla pronta a esplodere

Competizione globale 

Dopo avere sottovalutato la Cina, molti oggi la descrivono come la potenza che sostituirà l’America. Anche questa è una semplificazione. La forza cinese è reale. Nessun Paese ha conosciuto una trasformazione così rapida su quelle dimensioni. In 40 anni è passata dal sottosviluppo alla frontiera tecnologica. Domina filiere industriali decisive: batterie, pannelli solari, terre rare, auto elettriche, una parte dell’intelligenza artificiale e della robotica. Lo Stato continua a fare ciò che risulta più arduo per le democrazie: pianifica investimenti di lungo periodo, coordina banche, università e imprese, mobilita enormi risorse verso obiettivi strategici. A Washington Obama, Biden e Trump, pur divisi su quasi tutto, hanno avuto una convinzione comune: la gara con Pechino non può essere lasciata alle sole forze del mercato. La politica industriale, il controllo delle tecnologie, la sicurezza delle catene di fornitura sono strumenti della competizione geopolitica. È un ritorno alle origini: l’America si comportò così nel New Deal di Franklin Roosevelt, nella Seconda guerra mondiale, e nella prima sfida per la conquista dello spazio contro l’Unione sovietica. Intanto i successi della Cina hanno generato nuove vulnerabilità. Il modello che ha fatto la sua fortuna era fondato su investimenti giganteschi, esportazioni e urbanizzazione. Oggi la popolazione invecchia. I giovani faticano a trovare lavoro. La crisi immobiliare ha colpito il principale investimento delle famiglie. I consumi restano deboli, l’industria continua a produrre molto più di quanto il mercato interno assorbe. Così la Cina è obbligata a invadere i mercati altrui con le proprie eccedenze, provocando reazioni protezionistiche non solo in America ma in Europa e in tante nazioni emergenti.

Il nuovo Timoniere

Xi Jinping è più potente di Mao e di Deng. Ma questa concentrazione del potere rende il sistema più rigido. Le epurazioni ai vertici dell’esercito e del partito rivelano che il regime teme corruzione, rivalità interne e congiure. Un sistema autoritario può decidere più in fretta di una democrazia; rischia anche di correggere più lentamente i propri errori.
Nella sfera geopolitica, Xi ha capito prima di molti leader occidentali che economia e sicurezza non sono separate. Un colosso della tecnologia cinese, Huawei, è stato fondato e diretto da un alto ufficiale delle forze armate. Non c’è distinzione tra economia civile e settore bellico. Microchip, terre rare, reti digitali, energia, intelligenza artificiale, porti, satelliti: tutto è strumento di potenza. La Cina costruisce la propria autosufficienza mentre cerca di rendere gli altri più dipendenti dalle sue produzioni. Persino la transizione energetica risponde a questa logica. Dietro il primato nelle energie rinnovabili resta pragmatica: quando la sicurezza nazionale lo richiede, Pechino continua ad affidarsi al carbone, sacrificando gli obiettivi climatici all’autonomia strategica.

Xi ama presentarsi come difensore del multilateralismo, del libero commercio e di un ordine internazionale fondato sulle regole. Ma continua a sostenere con ingenti aiuti di Stato le sue aziende, e manipola la parità di cambio, alterando la concorrenza. Ignora la sentenza con cui il Tribunale arbitrale dell’Aia diede ragione alle Filippine contro le prevaricazioni cinesi nei mari. Pechino esercita pressioni militari costanti sui vicini. Come tutte le grandi potenze, invoca le regole quando la favoriscono e le ignora quando ostacolano i propri interessi. La pretesa del regime comunista di governare Taiwan, l’isola dove 24 milioni di cinesi vivono nella democrazia, potrebbe scatenare una guerra mondiale.

Passato e futuro

Per spiegare la geopolitica di Xi la propaganda cinese rievoca il cosiddetto «secolo delle umiliazioni». La storia moderna della Cina viene raccontata come una serie di aggressioni subite dall’Occidente e dal Giappone, le guerre dell’oppio nell’Ottocento, l’invasione nipponica nel Novecento. Xi presenta l’ascesa della Repubblica Popolare come il riscatto anti-imperialista, che ne fa la guida di tutte le nazioni che hanno sofferto il colonialismo occidentale. Ma la Cina è a sua volta un impero multietnico che esercita un controllo rigido sul Tibet, sullo Xinjiang abitato dagli uiguri e sulla Mongolia Interna. Il confronto tra America e Cina non assomiglia alla Guerra fredda tra Washington e Mosca. L’Unione Sovietica era soprattutto una potenza militare. La Cina è il principale partner commerciale di decine di Paesi, un gigante industriale senza precedenti. Separarsi da Pechino è impossibile; dipenderne troppo è pericoloso. La Cina non è destinata inevitabilmente a governare il mondo. Non è neppure una bolla pronta a esplodere. È il principale rivale strategico degli Stati Uniti e, proprio per questo, rimette in discussione molte convinzioni: che il benessere conduce alla democrazia; che il commercio garantisce la pace; che la globalizzazione è irreversibile; che economia e difesa nazionale viaggiano su binari separati.

14 luglio 2026