Mentre la difesa di Roggero studiava il ricorso in Cassazione, il governo preparava la norma entrata ieri nel disegno di legge e che porta il suo nome nei titoli dei giornali. Né Piantedosi né la Lega, che un ddl quasi identico lo aveva depositato dieci giorni prima, hanno fatto esplicitamente il suo nome: il titolare del Viminale ieri ha parlato di “casi di cronaca”, ma il riferimento a Roggero resta comunque trasparente. È il calendario a parlare. Proprio oggi del resto gli ermellini erano chiamati a decidere se la condanna del gioielliere dovesse diventare definitiva o meno. Ma in ogni caso, il ddl approvato dal Consiglio dei ministri non è un decreto legge. Non entra in vigore il giorno dopo la firma del capo dello stato, come accadde a febbraio per il precedente pacchetto sicurezza. Deve attraversare commissione e aula, alla Camera e al Senato, prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Si parla cioè di altre settimane, più probabilmente di mesi. E anche ammettendo un’approvazione fulminea, la norma non avrebbe toccato comunque il caso che l’ha ispirata. L’articolo 11 delle preleggi dispone che la legge non è retroattiva, cioè vale solo per l’avvenire, salvo diversa indicazione esplicita nel testo, e qui non ce n’è. Ora, dopo la Cassazione, la sentenza è passata in giudicato. Anche nella parte civile, risarcimento compreso. E un giudicato non si riapre per una legge sopravvenuta: è uno dei cardini su cui si regge la separazione dei poteri: nemmeno il Parlamento può cancellare, con un voto, una sentenza.