Alcuni profumi evocano ricordi, luoghi, persone. Altri, più impercettibili, possono svelare indizi sul nostro stato di salute. Per secoli i medici hanno impiegato anche l’olfatto come strumento clinico, individuando nell’alito o nell’odore corporeo segnali di malattia. Con l’avvento degli esami di laboratorio questa pratica è scivolata in secondo piano; oggi, però, i progressi della chimica e dell’intelligenza artificiale la stanno riportando al centro dell’attenzione.
La medicina contemporanea ha compreso che alcune patologie possono modificare il “profilo odoroso” dell’organismo. Non si tratta di sentori immediatamente percepibili, ma di minime variazioni nella composizione chimica prodotte dal metabolismo, oggi rilevabili grazie a tecnologie sempre più sensibili. Il corpo, di continuo, genera migliaia di sostanze. Tra queste figurano i composti organici volatili (VOC, Volatile Organic Compounds), piccole molecole che evaporano facilmente ed escono con il respiro, il sudore, attraverso la pelle e, in parte, con le urine. Quando un organo si ammala o il metabolismo cambia, muta anche la miscela di questi composti. È come se ogni malattia lasciasse una propria “firma chimica”, invisibile ma, in molti casi, rintracciabile dall’olfatto o da sensori dedicati. Proprio questa impronta sta catalizzando l’interesse dei ricercatori a livello internazionale.
Una storia esemplare arriva dalla Scozia. Joy Milne, infermiera in pensione dotata di un olfatto fuori dal comune, raccontò di aver avvertito un cambiamento nell’odore del marito molti anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia di Parkinson. Quella che sembrava un’intuizione personale ha incuriosito la comunità scientifica. Studi successivi hanno rilevato che chi è affetto da Parkinson presenta una diversa composizione del sebo, la sostanza oleosa prodotta dalla pelle: questa alterazione modifica alcuni composti odorosi e potrebbe costituire un biomarcatore precoce. Diversi gruppi di ricerca stanno lavorando per trasformare tale evidenza in un test diagnostico semplice e accessibile.
Anche l’alito è un “campione” ricchissimo di informazioni. Alcune condizioni metaboliche generano sostanze che vengono facilmente trasportate nell’aria espirata. È il caso della chetoacidosi diabetica, in cui l’alito può assumere un caratteristico sentore fruttato, dovuto alla presenza di acetone. Nell’insufficienza epatica avanzata può comparire il cosiddetto fetor hepaticus, un odore dolciastro dovuto all’accumulo di composti che il fegato non riesce più a metabolizzare. L’insufficienza renale può conferire all’alito un tono ammoniacale, mentre alcune infezioni batteriche producono molecole talmente distintive da essere riconosciute perfino dai microbiologi esperti.
Uno dei fronti più promettenti riguarda l’oncologia. Le cellule tumorali hanno un metabolismo diverso rispetto a quelle sane e generano combinazioni specifiche di VOC. L’obiettivo degli scienziati è decifrare queste “impronte chimiche” analizzando respiro, sudore o altri fluidi biologici. Non esiste un unico odore del cancro: ogni neoplasia sembra produrre una miscela peculiare di molecole e proprio tale specificità potrebbe rendere possibili, in futuro, diagnosi sempre più precoci e meno invasive. La strada è ancora quella della ricerca, ma i risultati degli ultimi anni sono molto incoraggianti.
Prima dei sensori elettronici, a indicare la via sono stati i cani. Numerose ricerche hanno documentato che animali addestrati sanno distinguere campioni di persone con determinati tumori o malattie da quelli di soggetti sani, grazie a un apparato olfattivo straordinario. Non formulano diagnosi, naturalmente, ma hanno dimostrato che quella firma odorosa esiste davvero. Da qui lo sviluppo dei cosiddetti “nasi elettronici”, dispositivi con sensori in grado di riconoscere migliaia di molecole presenti nell’aria espirata. I dati vengono elaborati da algoritmi di intelligenza artificiale capaci di individuare schemi impercettibili all’uomo. Questi strumenti sono già oggetto di studi per la diagnosi precoce di tumori del polmone, malattie neurodegenerative, infezioni respiratorie e disturbi del metabolismo.
L’idea è suggestiva: un domani potrebbe bastare soffiare in un piccolo apparecchio per ottenere indicazioni preziose sul proprio stato di salute, come oggi avviene con l’etilometro per il tasso alcolemico. L’analisi degli odori non sostituirà visite, esami del sangue o diagnostica per immagini. Potrebbe però diventare un efficace strumento di screening, capace di intercettare tempestivamente alterazioni che meritano ulteriori approfondimenti. Vorrebbe dire rendere la medicina ancora più semplice, rapida e meno invasiva.
In fondo, il nostro organismo comunica in molti modi: attraverso il dolore, la febbre, la stanchezza, il colore della pelle e, talvolta, anche tramite l’odore. La sfida della ricerca è imparare ad ascoltare anche questo linguaggio silenzioso.

Una curiosità storica. I medici della peste, a Venezia come nel resto d’Europa tra il XIV e il XVII secolo, erano convinti che molte malattie si trasmettessero attraverso i miasmi, cioè aria corrotta e maleodorante. Non conoscevano ancora batteri e virus: la teoria dei germi sarebbe arrivata soltanto nell’Ottocento con Louis Pasteur e Robert Koch. Per questo i celebri medici con la maschera a becco riempivano il lungo naso di erbe aromatiche, spezie e sostanze profumate come rosmarino, lavanda, menta, salvia, ginepro, chiodi di garofano e canfora. L’idea era che quei profumi “filtrassero l’aria cattiva”, impedendo al “veleno” della peste di raggiungere il medico. Avevano torto nell’attribuire al cattivo odore la trasmissione del contagio: oggi sappiamo che la peste è causata dal batterio Yersinia pestis, veicolato soprattutto dalle pulci dei roditori e, in alcune forme, dalle goccioline respiratorie. Eppure avevano intuito qualcosa di corretto: l’odore poteva essere un segnale di malattia. Molte infezioni gravi, infatti, producono effluvi caratteristici legati alle sostanze rilasciate dai batteri o al metabolismo alterato del paziente.
Per secoli si è creduto che le malattie si diffondessero tramite gli odori. Oggi sappiamo che non è così. Ma la scienza sta scoprendo qualcosa di altrettanto sorprendente: alcune patologie possono davvero modificare il nostro odore. Non lo usano per contagiare, lo lasciano come una “firma chimica” che stiamo imparando a leggere.