di
Carlo Cottarelli
Pesano fisco, burocrazia, costo dell’energia e poche nascite. Se non si risolvono questi probpemi con adeguate riforme (il Pnrr non sembra essere stato sufficiente) resteremo ancorati allo zero virgola
Se andate sul sito www.istat.it il primo grafico che vi appare scorrendo verso il basso a sinistra (riprodotto qui a fianco) è quello del livello del Pil da inizio 1996. Il posizionamento evidenzia il suo rilievo tra le innumerevoli statistiche prodotte dall’Istat. Ma cosa è il Pil, perché è importante e cosa lo determina?
Il Pil (Prodotto Interno Lordo) italiano è il valore di quanto viene prodotto in un certo periodo di tempo (tipicamente un trimestre o un anno) in Italia. Dato che quello che viene prodotto è anche quello che può essere distribuito come reddito, il Pil (semplifico; non è proprio così) è anche il reddito degli italiani. Da qui la sua importanza: il Pil è quello che gli italiani portano a casa dall’attività lavorativa o da altre fonti di reddito e che può essere usato per consumare, risparmiare e investire. Più e alto e più sono alte le risorse disponibili per questi scopi. Da qui la sua importanza.
Non entro nella questione di quanto sia saggio valutare il benessere di un Paese solo dal suo Pil. In un celebre discorso Robert Kennedy sostenne che il Pil misura tutto tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta. Vale anche per il reddito di una famiglia. Pur con questi limiti, è ovvio che le risorse che sono a disposizione influenzano ciò che possiamo fare. Starà poi a noi utilizzarle al meglio, compreso la tutela di quello che rende la vita degna di essere vissuta, tenendo conto della sostenibilità di lungo periodo delle attività che generano reddito.
La crescita del Pil in euro ha però un fondamentale problema per valutare l’andamento di quanto viene prodotto. Il Pil in euro riflette non solo la quantità di prodotto, ma anche il suo prezzo. Se i prezzi aumentano, il Pil si gonfia, ma questo non vuol dire che più risorse sono disponibili in termini reali. Per questo l’attenzione degli economisti è focalizzata solitamente sul Pil «reale», ossia valutato al netto dell’aumento dei prezzi. Il Pil reale aumenta così solo per effetto di una maggiore disponibilità di beni e servizi prodotti. Il grafico del Pil sul sito Istat è, appunto, quello del Pil reale. Guardandolo si capiscono i problemi che l’economia italiana ha affrontato negli ultimi trent’anni.
Il Pil reale cresce rapidamente fino a inizio secolo, proseguendo un aumento quasi costante dagli anni ‘50. Poi rallenta, pur continuando a salire tra il 2001 e il 2008. Segue poi una decrescita infelice, per effetto di tre recessioni: la crisi globale del 2009, quella del debito sovrano europeo del 2012 e quella Covid del 2020. Dopo le prime due crisi la ripresa è lenta. Dopo quella Covid il rimbalzo è rapido, ma una volta esauritosi, inizia un periodo di crescita lenta che ancora dura oggi.
Questi andamenti poco entusiasmanti sono dovuta a una combinazione di fattori di lungo termine, che ancora persistono, e alla difficoltà con cui l’economia italiana si è adattata all’euro, che sono per fortuna stati superati.
Cominciamo da questi ultimi. Entrati nell’euro abbiamo condotto politiche che mantenevano l’inflazione italiana più alta di quella tedesca. Tra il 2000 e il 2006 la spesa pubblica, al netto degli interessi, cresceva rapidamente, anche per effetto di forti aumenti salariali per i dipendenti pubblici che trascinavano i salari del settore privato.
Con un’inflazione più alta che in Germania, e l’impossibilità di compensare questo svalutando la lira, abbiamo perso competitività, la crescita di esportazioni e Pi è rallentata, non si è investito abbastanza e si è aperto un buco nei conti con l’estero (importavamo più di quanto esportavamo). Inoltre, visto l’aumento della spesa, il debito pubblico scendeva poco. Quando, con la crisi di Lehman Brothers del 2009 e quella greca del 2010, i mercati finanziari hanno rivalutato la sostenibilità dell’euro, l’Italia è stata inclusa tra i Paesi che avevano vissuto male l’esperienza dell’euro e che forse lo avrebbero abbandonato. Inclusione giustificata: è in quel periodo che nascono in Italia i movimenti no euro. Da qui anche la difficoltà di usare la spesa pubblica per contrastare la crisi del 2009. Da qui, soprattutto, la fuga di capitali del 2011 che portò alla crisi del 2012.
Col 2013 inizia un periodo di lenta crescita, in cui, grazie alla minore inflazione, recuperiamo competitività e riprendiamo a esportare: ci siamo adattati all’euro. Arriva poi la crisi Covid, che viene però presto superata grazie, questa volta, all’afflusso di centinaia di miliardi da BCE e UE anche tramite il programma di finanziamento del PNRR. Esauritasi la spinta di questi miliardi (la BCE inverte il flusso a fine 2022) torniamo a crescere allo zerovirgola: 1% nel 2023, 0,7% nel 2024 e 0,5% nel 2025. Tassi leggermente inferiori a quelli dell’eurozona, nonostante la media sia tenuta bassa dalla crisi tedesca degli ultimi anni, e molto più bassi di quelli del resto del Sud Europa: Grecia, Portogallo, Cipro e Spagna, che come noi avevano perso terreno rispetto al resto d’Europa nei primi vent’anni del secolo, sono cresciuti negli ultimi anni a tassi del 2%-3%. Perché?
Qui emergono i fattori di lungo termine cui ho fatto prima riferimento. In un mondo globalizzato, l’Italia resta un Paese dove è difficile fare attività d’impresa per almeno quattro motivi. Primo, la pressione fiscale (rapporto tra tasse pagate e Pil) è elevata (di sei punti percentuali rispetto alla Spagna). Secondo, la burocrazia è più pesante aumentando i costi dell’investimento e della gestione d’impresa. Terzo, il costo dell’energia è più alto, di quasi il 60% per una piccola/media impresa rispetto a un’omologa spagnola, visto l’insufficiente sviluppo delle rinnovabili e l’abbandono del nucleare. Quarto, le nostre imprese hanno difficoltà a trovare personale per il crollo demografico e l’assenza di un programma di immigrazione (sottolineo) regolare che invece la Spagna è riuscita a creare (col vantaggio però di attirare migranti dall’America Latina, dove si parla la stessa lingua, e cultura e religione sono simili).
Se non si risolvono questi problemi con adeguate riforme (il PNRR non sembra essere stato sufficiente) resteremo ancorati allo zerovirgola (anche se penso che il 2026 sarà meglio del previsto). Creeremo pure posti di lavoro, ma di bassa qualità, con un calo della produttività (il prodotto per lavoratore), la cui crescita richiede investimenti che si possono realizzare solo quando l’attività d’impresa non è ostacolata dai fattori sopra elencati.
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16 luglio 2026
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