di
Camilla Bianchi

L’attore bergamasco parla delle sue radici, dell’Atalanta, del teatro e dell’ipotesi di un progetto tutto orobico con Donadoni, Boni e Pasotti

Bergamasco di nascita, romano d’adozione, volto noto delle fiction tv e apprezzato attore teatrale, Giorgio Marchesi resta legato alle sue origini. «A Bergamo torno sempre volentieri, per vedere l’Atalanta e incontrare i miei parenti. Mi piace molto, anche se adesso la trovo un po’ troppo turistica. Ho i miei luoghi del cuore: Città Alta, anche solo per berci un caffè o leggere un libro sulle panchine delle Mura, San Vigilio, via Sudorno».

I luoghi della sua giovinezza?



















































«In via Sudorno mi portava mia nonna, ci andavamo a piedi. Partivamo da Longuelo e salivamo in Città Alta, dove poi ho vissuto due anni, prima di andare a Roma. Abitavo di fronte all’entrata artisti del Teatro Sociale. In quel periodo il centro storico era un piccolo paese, c’erano ancora i negozietti, i baretti, luoghi come il lavatoio, centrale ma defilato, dove ci si ritrovava a chiacchierare. Adesso c’è decisamente più confusione».

Dovesse scegliere tra lo stadio e il Teatro Donizetti?

«Difficile dirlo! Al Donizetti non ho mai fatto spettacolo, ma ho recitato al Teatro Sociale ed è stato bellissimo. Lo stadio è un luogo dove provo tante emozioni e ritrovo diversi amici».

In una recente intervista al «Corriere Bergamo» Maurizio Donadoni ha lanciato l’idea di un progetto tutto bergamasco che coinvolga, oltre a lui, Giorgio Marchesi, Alessio Boni e Giorgio Pasotti. Che ne dice?

«È una proposta interessante, la sposo in pieno. Maurizio è un grande artista, un uomo di un’intelligenza e un’umanità straordinarie. Lo stimo molto e mi farebbe piacere lavorare con lui. Se anche questa estate farà il suo festival shakespeariano in Città Alta, mi piacerebbe andare a trovarlo».

A teatro ha portato in scena con successo un «Fu Mattia Pascal» rivisitato. Ha altre operazioni di svecchiamento di classici in programma?

«La tentazione c’è, ma non voglio correre il rischio di ripetermi. Anche se non escludo di ripensare un classico in una forma diversa, forse più avanti. Pascal è nato quasi per caso, uno spettacolo pensato per Roma in un contesto semplice, senza immaginare che avremmo fatto più di 200 repliche in tanti teatri. Il pubblico l’ha molto apprezzato e questa è una grande soddisfazione. Nei prossimi mesi sarò in giro con “L’Amante” di Harold Pinter, e poi con un testo contemporaneo,“23 ore e mezza”, che debutterà a febbraio».

A proposito di Pinter, com’è lavorare con la propria compagna di vita (l’attrice Simonetta Solder, ndr)? È stato complicato trovare il giusto equilibrio?

«Ogni coppia fa a sé e ogni periodo è diverso, nella vita privata come in quella artistica. Eravamo entrambi molto preoccupati, da tempo non lavoravamo insieme sul palco. Da un certo punto di vista c’è grande feeling ma d’altro canto la troppa confidenza può creare dei problemi. Devo dire che è andato tutto bene, miracolosamente; ci siamo goduti il bello del lavorare in coppia. L’equilibrio si trova mettendoci impegno, entrambi abbiamo fatto il tentativo di essere complici e di non entrare in competizione».

Ha dichiarato di sentirsi amato dal pubblico. A cosa deve questo privilegio?

«In generale noto un certo rispetto e una certa benevolenza nei miei confronti. Suppongo sia dovuta in parte ai personaggi che ho interpretato, a una certa idea di lavoro, e anche al mio modo di essere. Non mi sento un divo, quando vado al supermercato o cammino per strada la gente mi sorride, mi riconosce, c’è una sorta di simpatia, un certo affetto che percepisco e per il quale sono grato ma non so da dove venga, a volte forse è anche ingiustificato».

La serie televisiva del commissario Buonvino ha fatto ottimi ascolti, pensa sia stato anche merito del suo personaggio?

«In parte credo di sì. La gente in tv si deve affezionare ai personaggi principali, che sul piccolo schermo funzionano più di quanto accada nei film o negli spettacoli teatrali. Buonvino è un cinquantenne come ce ne sono tanti; ha preso un po’ di botte dalla vita e ha perso un po’ di illusioni ma resta una persona perbene, un uomo gentile, e questo credo abbia dato forza al personaggio».

Ci sarà una seconda stagione?

«Stiamo aspettando la conferma. In teoria, essendo andata bene la prima, dovrebbe esserci la seconda. Ma ho imparato che finché non firmi il contratto è sempre meglio non sbilanciarsi».

Viviamo in tempi contrastati, pensa che un artista debba esprimere le sue opinioni o è della scuola di De Gregori?

«Questione complicata. Inizio col dire che non amo molto i social, cerco di usarli solo per comunicare con il pubblico e non per raccontare i fatti miei. Non mi sono mai espresso sul conflitto israelo-palestinese, salvo un post nel quale ho detto, commentando le immagini delle persone in fuga da Gaza, “al di là di come la pensiate, questa non è la soluzione”. Si è scatenato l’inferno. Mi hanno scritto di tutto. Ecco, credo nella libertà di espressione quando si esercita nella realtà e prevede un civile confronto di opinioni, non mi piacciono gli slogan, preferisco argomentare. Personalmente ho fatto campagne contro la povertà, la mancanza di istruzione, ma sempre legate a progetti mirati. Su temi divisivi e complessi non mi interessa espormi con messaggi spot, per questo sto lontano dai social».

Sua moglie Simonetta Solder ha un bel profilo Instagram, potrebbe chiederle qualche consiglio.

«È bello perché lo usa in modo intelligente. Dà un’idea di sé e del mondo che la circonda, e in questo è molto brava. Io invece faccio il compitino, aggiorno di rado, non mi piace far sapere dove sono, non seguo le persone perché ho la sensazione di guardare la vita degli altri dal buco della serratura. Vorrà dire che chiederò a mia moglie di farmi da media manager».


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16 luglio 2026 ( modifica il 16 luglio 2026 | 13:10)