Per decenni sono stati considerati soltanto droghe pericolose. Oggi gli psichedelici entrano nei più importanti laboratori scientifici del mondo, sperimentati come possibili terapie contro depressione resistente, stress post traumatico e dipendenze. E tra gli scienziati che indagano il loro potenziale terapeutico c’è Tommaso Barba, 30 anni, partito da un piccolo paese sulle colline emiliane e arrivato all’Imperial College di Londra. È ricercatore al Centre for Psychedelic Research, «il centro ricerca sugli psichedelici più grande d’Europa e tra i più grandi al mondo».

 «Tra le sostanze più note ci sono la psilocibina, il principio attivo di alcuni funghi allucinogeni, il DMT contenuto nell’ayahuasca, la bevanda sciamanica bevuta da secoli dalle popolazioni indigene dell’Amazzonia, l’LSD, e in alcuni contesti anche MDMA, un empatogeno, e la ketamina». Oggi la ricerca segue due grandi filoni. «Da un lato, si studia il potere terapeutico delle sostanze sulle ferite dell’anima, dall’altro si cerca di capire come nasce il nostro senso di sé e cosa succede quando questo meccanismo si altera». 

Il 2026 è l’anno di svolta per la ricerca sugli psichedelici. Ad aprile, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per accelerare la ricerca sul possibile uso di sostanze psichedeliche come trattamento per la salute mentale. In Italia, l’AIFA ha autorizzato una sperimentazione con psilocibina all’Università di Chieti. In Europa il quadro resta frammentato.  «È probabile che nei prossimi due anni gli Usa approvino la psilocibina per la depressione resistente e l’MDMA per il disturbo post-traumatico».

Tommaso Barba e gli psichedelici...

Barba ha co-firmato oltre dieci pubblicazioni scientifiche, cinque come primo autore, pubblicate su riviste come The Lancet e Nature Medicine. «Negli studi abbiamo osservato che la psilocibina, in situazioni controllate, può produrre effetti antidepressivi paragonabili a quelli dei trattamenti tradizionali. Ma sembra fare anche qualcosa in più. La depressione non è soltanto un senso di tristezza. È anche smettere di provare entusiasmo, curiosità, connessione con gli altri e un senso di significato nella propria vita. Gli psichedelici sembrano aiutare alcune persone a ritrovare proprio queste dimensioni, rompendo schemi mentali rigidi che spesso mantengono la depressione».

Dalle colline emiliane all’Imperial College di Londra

Barba è cresciuto ad Albinea, sulle colline emiliane, lontano dai laboratori dove lavora oggi. Da bambino colleziona minerali, poi fossili, poi farfalle. Le cataloga con ordine. «Sono sempre stato un bambino strano». Crescendo si appassiona a Freud e a Jung. «Ero affascinato dalla psicoanalisi, dai sogni e dall’idea che nella mente inconscia ci fosse qualcosa di più profondo della mente in stato di veglia». Legge i testi degli anni Cinquanta e Sessanta, quando gli psichedelici entrano nel dibattito psicoanalitico come una sorta di autostrada verso le profondità della mente. «Leggendo le interviste di Robin Carhart-Harris, il neuroscienziato che ha contribuito a riaprire la ricerca sugli psichedelici, ho scoperto che queste sostanze potevano diventare uno strumento per comprendere l’inconscio umano. È stato lì che ho deciso di dedicarmi a questo campo». 

A diciotto anni arriva a Milano per studiare Psicologia alla Bicocca. Vive in un dormitorio universitario. Un giorno dimentica sul comodino il libro che sta leggendo: LSD, storia di una sostanza stupefacente, della giornalista Agnese Codignola. Un compagno di stanza lo nota. «Mi disse: “L’ha scritto la mamma di una mia amica. “Non ci potevo credere, ho chiesto di conoscerla”». La incontra, le racconta che vuole studiare gli psichedelici. E lei lo incoraggia. «Molti però hanno cercato di dissuadermi. Un professore mi disse che era un suicidio di carriera».

Qualche tempo dopo, durante un evento culturale, conosce anche il divulgatore Alessandro Cecchi Paone, che gli suggerisce di guardare a ciò che si sta facendo all’Università di Maastricht, uno dei centri europei più attivi in quel campo. «Fu uno dei primi a indicarmi quella strada». Così Tommaso parte, va a studiare Neuroscienze proprio a Maastricht, poi si sposta a Londra, dove entra all’Imperial College, sede del centro di ricerca sulle sostanze psichedeliche più grande del mondo. 

Ora Barba studia nuovi composti, come il 5-MeO-DMT. «È uno degli psichedelici più potenti che esistano. Può indurre stati profondi di dissoluzione dell’io, in cui l’identità personale e persino il senso di avere un corpo sembrano svanire. Sono esperienze che ricordano alcuni stati descritti nella meditazione profonda. Con l’EEG (l’elettroencefalogramma) cerchiamo di mappare cosa accade nel cervello quando il senso di sé si allenta fino quasi a scomparire. Questi processi sembrano essere una delle chiavi del potenziale terapeutico di queste molecole».

Tommaso Barba e gli psichedelici...

«Io le ho provate, vi racconto come è andata»

Quello che Barba studia in laboratorio lo ha sperimentato anche su di sé, in un centro autorizzato nei Paesi Bassi, accompagnato da terapeuti. «È una sorta di psicoterapia profonda indotta dalla psilocibina e guidata. Nella prima sessione, ho pianto. Poi sono uscito in giardino, guardavo i fiori, le api, tutto mi sembrava acceso, coloratissimo. Ho sentito una profonda gratitudine per essere vivo». Nella seconda sessione, la dose è più alta. «Volevo aumentare la probabilità di quella che la ricerca chiama “dissoluzione dell’io”: uno stato in cui l’attività cerebrale diventa così imprevedibile, dove il confine tra sé e il mondo si allenta, fino a scomparire. Mi sono lasciato andare, concentrandomi sul respiro. Quando il senso di essere “me” è scomparso, ho provato una sensazione di unità con tutto ciò che mi circondava. Da neuroscienziato mi chiedo come il cervello riesca a costruire, momento dopo momento, qualcosa che percepiamo così stabile e immutabile come la nostra identità». 

Si diceva che LSD bruciasse il cervello. «Oggi alcuni studi sembrano dimostrare il contrario e suggeriscono che gli psichedelici possano aumentare la plasticità cerebrale, favorendo la formazione di nuove connessioni tra i neuroni. È uno dei motivi per cui la comunità scientifica è tornata a studiarli. E per la psilocibina siamo già a studi di fase 3».

Le sostanze psichedeliche creano dipendenza? «No. Chi partecipa ai nostri studi, sempre guidati da psicoterapeuti, vive esperienze così intense,  paragonabili al parto o alla morte di una persona cara, che non vuole ripeterle. E chimicamente queste sostanze non toccano i circuiti della dopamina, come fanno invece cocaina ed eroina, ma agiscono sulla serotonina». 

Perché allora sono rimaste proibite per mezzo secolo? «I funghi psichedelici erano usati dalle popolazioni indigene dell’America Latina, già presso gli Aztechi. Ma furono vietate dai colonizzatori. Negli anni Cinquanta il banchiere newyorkese Gordon Wasson partecipò a un rituale sciamanico in Messico e raccontò la sua esperienza su Life Magazine. L’articolo ha riacceso l’interesse dell’Occidente. Harvard ha iniziato a sperimentarle, ma negli anni sessanta gli psichedelici furono associati alla protesta contro la guerra in Vietnam. L’amministrazione Nixon li dichiarò illegali e la ricerca si fermò per decenni», racconta Barba. In Italia oggi quella ricerca sta accelerando rapidamente. 

Psichedelici contro la depressione. Tommaso Barba, il neuroscienziato italiano che all’Imperial College di Londra ne studia gli effetti terapeutici: «È il momento di mappare le profondità della mente»

Il meccanismo alla base del loro funzionamento è ancora oscuro. «L’ipotesi principale è che gli psichedelici aumentino l’entropia cerebrale, cioè rendano il cervello meno prevedibile e più libero di esplorare nuovi modi di organizzare la propria attività. È come se, per qualche ora, smettesse di percorrere sempre gli stessi sentieri neurali. Contemporaneamente si riduce l’attività del Default Mode Network, rete di aree cerebrali che sostiene il continuo dialogo con noi stessi. Quando queste reti diventano meno rigide, il cervello sembra acquisire una maggiore capacità di riorganizzarsi…»

La ricerca in Italia

Intanto anche in Italia la ricerca si muove. All’Università degli Studi ‘Gabriele d’Annunzio’ Chieti-Pescara, il professor Giovanni Martinotti sta coordinando due studi clinici sulla psilocibina nella depressione resistente. «I risultati preliminari sono incoraggianti e possono contribuire a definire protocolli sicuri ed efficaci anche in Europa» spiega Martinotti che abbiamo raggiunto via email. 

Per Barba, il tempo è giusto. «Viviamo in una fase straordinaria. Abbiamo già mappato il mondo. È ancora troppo presto, forse, per mappare lo spazio. Oggi possiamo mappare le profondità della mente, che sono vaste e in parte sconosciute. Così potremo avere una relazione più sana con noi stessi».

Tommaso Barba e gli psichedelici...

Tornerai in Italia? «È un paese bellissimo, che amo e che mi manca. Tornerei se avessi possibilità professionali comparabili a quelle che ho all’estero».  

«Le mie ricerche mi hanno insegnato a non considerarmi mai una forma finale: a essere sempre aperto a esplorare, a mettermi in discussione, a guardarmi indietro e dire: quello che pensavo l’anno scorso era sbagliato. Più il nostro senso di sé si adatta al flusso della vita, più possiamo essere felici» 

La prima cosa da fare? «Rallentare. Dare attenzione alla banalità della vita. Alle piccole cose. La meraviglia che notiamo ogni giorno è proporzionale a quello che scegliamo di notare».