Nel mieloma multiplo, un tumore delle plasmacellule che si accumulano nel midollo osseo, la terapia non termina sempre quando si conclude la fase più intensa delle cure. Molti pazienti proseguono con un trattamento di mantenimento a dosi più basse, pensato per tenere sotto controllo le cellule tumorali residue e ritardare la ricomparsa della malattia. Con la lenalidomide, la pratica più comune è continuare fino alla progressione o finché gli effetti indesiderati diventano insostenibili. Il problema è che, nei pazienti non sottoposti subito a trapianto autologo, mancavano prove randomizzate capaci di stabilire quanto a lungo fosse davvero necessario proseguire. Il trial ENDURANCE ha provato a rispondere proprio a questa domanda.

Due anni contro durata indefinita
Lo studio di fase 3 ha coinvolto 516 persone con mieloma multiplo appena diagnosticato, a rischio standard e senza trapianto autologo iniziale. Dopo una terapia di induzione basata sull’associazione tra un inibitore del proteasoma e lenalidomide, 260 pazienti sono stati assegnati al mantenimento continuativo fino alla progressione e 256 a un trattamento di durata fissa, interrotto dopo due anni. Dopo un follow-up mediano di 86 mesi, la sopravvivenza globale a sette anni è risultata del 68,6% con la terapia indefinita e del 69% con quella limitata: una differenza di appena 0,4 punti percentuali, non significativa. In altre parole, nel gruppo studiato, continuare il farmaco oltre i due anni non ha prodotto un vantaggio dimostrabile sulla probabilità di essere vivi a sette anni.
Più controllo, ma anche più tossicità
Il quadro non è però riducibile a un semplice “la terapia lunga non serve”. A sette anni, la sopravvivenza libera da progressione era numericamente più alta con il trattamento continuativo: 36,1% contro 29,7%. La differenza, tuttavia, non ha raggiunto la significatività statistica. Sul lato opposto della bilancia, gli eventi avversi non ematologici di grado 3 o superiore sono stati più frequenti con la terapia indefinita: 48,2% contro 31,5%. Anche i secondi tumori primitivi a cinque anni sono comparsi più spesso nel gruppo trattato più a lungo, l’11,2% contro l’8,3%, sebbene questo dato debba essere interpretato con cautela. Il mantenimento prolungato comporta inoltre visite, controlli, costi e il peso psicologico di una cura che entra stabilmente nella vita quotidiana.
Non è un via libera a sospendere
Il risultato potrebbe cambiare il modo in cui medici e pazienti discutono la durata della terapia, ma non autorizza interruzioni automatiche. Il trial riguarda una popolazione precisa: pazienti a rischio citogenetico standard, non sottoposti a trapianto autologo iniziale e trattati con uno specifico percorso terapeutico. Non chiarisce quale sia la scelta migliore per chi ha una malattia ad alto rischio, per chi riceve combinazioni più moderne, per i pazienti trapiantati o per chi presenta malattia minima residua ancora rilevabile. La vera svolta, dunque, non è che “due anni bastano a tutti”, ma che la durata non dovrebbe più essere considerata infinita per definizione. La decisione va personalizzata, valutando rischio biologico, risposta ottenuta, tollerabilità, preferenze del paziente e possibilità di monitorare la malattia residua. Nel mieloma, più trattamento può significare più controllo, ma non necessariamente più vita.
Kumar S, Jacobus S, Cohen A, et al. Continuous or Fixed-Duration Maintenance Therapy in Multiple Myeloma. New England Journal of Medicine. 2026;395:221-232. DOI: 10.1056/NEJMoa2600157.

