di
Vincenzo Brunelli

Il tribunale di Parma e la malattia non diagnosticata nemmeno dopo esami: «Comportamento non corretto dei medici dell’ospedale che non approfondirono come doveroso il referto della Pet»

I medici non si accorgono del tumore al colon e la donna muore, ora le tre figlie dovranno essere risarcite con circa 320mila euro tra danni e spese legali, più interessi. 

Così ha deciso il tribunale di Parma al termine del processo civile d primo grado. I fatti risalgono al febbraio del 2009 quando la donna quando si era sottoposta ad alcuni accertamenti sanitari. In una struttura sanitaria in provincia le eseguirono anche una Tac e un’ ecografia addominale, tutti conseguenti ad un’alterazione cutanea. 



















































La mancata diagnosi del tumore al colon

Alla fine di quelle visite e degli esami non erano state riscontrate anomalie che per il tribunale «se fossero state prontamente (e opportunamente) interpretate, avrebbero consentito di inquadrare le neoplasie che affliggevano la paziente, modificando il decorso clinico che ne ha poi caratterizzato la vita residua». 

Sul punto, nella sentenza a firma del giudice Marco Vittoria della seconda sezione civile del tribunale di Parma, non vi sono margini di discussione, il giudizio dei periti incaricati, accolto in toto, infatti è decisamente tranchant: 

«La neoplasia del colon che portò al decesso la paziente fu diagnosticata con grave ritardo (5 mesi) e ciò fu dovuto ad un comportamento non corretto dei medici dell’ospedale che non approfondirono come doveroso il referto della Pet». La donna nel 2011 morì

«Cinque mesi di ritardo hanno inciso sulla sopravvivenza»

Come evidenzia la sentenza, è possibile stabilire la prognosi in termini di sopravvivenza legata alla neoplasia del colon (scoperta poi il 31 luglio del 2009) e tutti i dati emersi nel procedimento giudiziario: «Indicano una sopravvivenza del 20% circa a 5 anni con il 50% dei pazienti che decedono entro i 24 mesi e il caso di specie rientra in tale casistica». 

Si trattava quindi di capire per il tribunale di Parma se, anticipando la diagnosi di cinque mesi, le probabilità di sopravvivenza sarebbero state migliori o, quantomeno, diverse. 

I periti incaricati dal tribunale non hanno fornito risposta al quesito (che ha natura più giuridica, che medica), affermando che «sarebbe stato possibile procedere alla resezione del colon in condizioni ancora accettabili e con minimo rischio di complicanze» e che il ritardo ha determinato un netto peggioramento della qualità della vita. 

Il risarcimento da 320mila euro

Tradotta in termini giuridici, tale valutazione significa, stando al resoconto processuale, che l’omissione del personale sanitario peggiorato il quadro sul quale sono dovuti intervenire successivamente altri medici. 

Tale peggioramento per i giudici di Parma è un danno risarcibile, imputabile a un’omissione, «colposa e non giustificabile, del personale sanitario: non sanzionare tale omissione equivarrebbe a giustificare una regola di privilegio, che non contribuisce a migliorare lo standard qualitativo del servizio diagnostico, in assenza di condizioni di speciale difficoltà». 

Da queste risultanze processuali è emersa la condanna della struttura sanitaria a risarcire le tre figlie della donna.


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15 luglio 2026 ( modifica il 15 luglio 2026 | 07:46)