di
Aldo Grasso

Quello di Rai3 è un programma problematico. Non mostra soltanto un dibattimento: racconta il modo in cui la televisione ha iniziato a sostituirsi ai processi, facendo scuola

Ci sono programmi che sopravvivono perché cambiano. E ce ne sono altri che sopravvivono perché non cambiano affatto. «Un giorno in pretura», ancora oggi su Rai3, appartiene a questa seconda categoria: è un passato che continua a interrogare il presente

Da quasi quarant’anni mette in scena il rito del processo, un genere narrativo e teatrale ben più antico della televisione. Ora si occupa del processo per la morte di Nada Cella, avvenuta a Chiavari nel 1996.



















































Fin dall’inizio, «Un giorno in pretura» ha preteso di mostrare la giustizia mentre si compie, ma in realtà raccontava la televisione mentre costruisce la giustizia come racconto.

Non esiste una telecamera innocente. Ogni inquadratura è una scelta, ogni montaggio una gerarchia di significati. Se l’obiettivo indugia sul volto smarrito dell’imputato durante la requisitoria del pubblico ministero, suggerisce già un’interpretazione. Non registra soltanto la realtà: la organizza.

Roberta Petrelluzzi, storica curatrice e figura simbolo della Rai di Angelo Guglielmi, lo ha sempre saputo. La sua abilità non è mai stata quella di filmare i processi, ma di trasformarli in una nuova forma di racconto neorealistico.

All’inizio erano soprattutto vicende di provincia, drammi familiari, delitti consumati ai margini del Paese, con protagonisti spesso inconsapevoli del significato di quel passaggio televisivo. Da tempo, i casi sono più celebri, l’opinione pubblica arriva già istruita dai talk, dai social e dai podcast crime. Eppure, il meccanismo resta identico.

Il punto è un altro. La pubblicità del processo serve a garantire il controllo democratico della giustizia. La televisione, però, non si limita a prolungarla: la interpreta, la riscrive, la spettacolarizza.

Anche magistrati e avvocati finiscono inevitabilmente per recitare una parte, consapevoli della presenza delle telecamere. È il destino di ogni evento che diventa televisione, come insegna il caso Garlasco.

Per questo «Un giorno in pretura» continua a essere un programma problematico. Non mostra soltanto un processo: racconta il modo in cui la televisione ha iniziato a sostituirsi ai processi, facendo scuola.

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16 luglio 2026