di
Francesca Angeleri

La cantante si era ammalata: «Come tutta la mia famiglia. Il 30% dei prefabbricati in amianto costruiti dopo il terremoto non è ancora stato bonificato»

A tutte le vittime del cancro, «a chi ne custodisce la memoria tra le pagine già scritte e a chi continua a scriverle, a chi ha dovuto affidare l’ultimo capitolo al silenzio», e al dottor Michele Cimminiello, primario del reparto di Ematologia dell’Ospedale San Carlo di Potenza, «il mio angelo, il mio secondo padre». La laurea di Marianna Mammone, Big Mama, presa mercoledì in Urbanistica al Politecnico di Milano, è un inno alla vita e all’Irpinia, la sua terra d’origine.

Il titolo della sua tesi: «Metastasi della città. Salute, ambiente e pianificazione urbana. Una ricerca che parte dall’Irpinia». Come è nata? 
«Quando ci si ammala ci si ritrova ad avere a che fare con una domanda: “Perché io?”. Riguarda il malato ma anche la sua famiglia, la gente del suo territorio. Per 25 anni ho avuto a che fare con questo». 



















































E ne è venuta a capo con la tesi? 
«La questione della salute è ai margini degli studi urbanistici, c’è poco materiale quando si parla di tumori. Ho affrontato il tema partendo da ciò che conosco. Perché io? Resta una domanda personale, ma conoscere il contesto ambientale aiuta a non sentirsi solo una vittima».

Si ricorda quando scoprì di avere il Linfoma di Hodgkin?
«Ero in macchina con i miei genitori quado arrivarono gli esami del sangue. Ho avuto paura da sempre che mi potesse succedere. Nel mio paese, San Michele di Serino, non c’è una famiglia che non sia entrata in contatto con il cancro. Mia nonna, le mie zie, dei miei cugini. Tanti bambini…».

La connessione con il territorio?
«Le conseguenze del terremoto del 1980 ci sono ancora oggi. Il 30% dei 1026 alloggi prefabbricati in amianto che furono costruiti in emergenza, non è ancora stato bonificato. Nel 2014 sono state raccolte 3061 firme in una settimana, la Procura di Avellino e Iss hanno avviato nel 2024 uno studio epidemiologico». 

Che ruolo vuole avere per l’Irpinia?
«Voglio essere un megafono per un tema che necessita di essere ascoltato. Me lo ha detto anche il presidente di commissione Gabriele Pasqui: “Usa la tua voce”, sento una responsabilità».

È un’artista famosa, si è laureata: prossimo sogno? 
«Nella musica c’è ancora molto che voglio raggiungere. Adesso sono tornata a lavorare in studio dopo un lungo stop dedicato all’università. Voglio continuare a sostenere chi ne ha bisogno». 

Intende la comunità Lgbtqia+?
«Intendo tutti. È un periodo storico in cui c’è molta violenza. È fondamentale supportare chi ancora sceglie l’amore al posto dell’odio. Sono una persona che lotta e che continuerà a farlo, e ammiro molto chi non molla». 

È anche merito del cancro questo suo coraggio?
«La malattia mi ha insegnato a ridimensionare i problemi e a dare valore a me stessa. Il regalo più grande è stata l’unione fortissima con i miei genitori. Lo desideravo fin da bambina, paradossalmente ci sono riuscita nel dolore. E poi: mi ha fatto capire che sono bellissima anche con i capelli corti».

 In sessione li aveva però lunghi.
«Merito del parrucchiere. Prima del cancro li avevo sempre portati lunghi…». 

Come convivono nella sua vita la musica e l’urbanistica? 
«Affronto tutto per gradi, senza rinunciare nè all’una nè all’altra. Manager e casa discografica hanno sempre saputo che quando devo studiare non ci sono per nessuno. Un esempio: Festival di Sanremo. Nel van tutti facevamo i fighetti con la musica in cuffia. Nelle mie però c’erano gli audio di me che ripetevo per l’esame che avrei dato qualche giorno dopo».

16 luglio 2026