Un semplice prelievo potrebbe un giorno aiutare a capire non soltanto se nel cervello sono già in corso alterazioni legate all’Alzheimer, ma anche quanto sia concreto il rischio che queste si traducano in problemi di memoria e ragionamento. Uno studio internazionale ha analizzato i dati di 2.684 adulti anziani che, all’inizio dell’osservazione, non mostravano alcun disturbo cognitivo. L’età mediana era di circa 70 anni e il 63% dei partecipanti era costituito da donne. Nel corso di un follow-up mediano di 5,4 anni, 478 persone hanno sviluppato un deterioramento cognitivo, definito come comparsa di lieve deficit cognitivo, demenza o peggioramento confermato nelle valutazioni cliniche.

Il segnale nel sangue
Al centro della ricerca c’è la p-tau217, una forma modificata della proteina tau che può essere misurata nel plasma. I suoi livelli aumentano in relazione ai processi biologici tipici dell’Alzheimer, in particolare all’accumulo di beta-amiloide e, nelle fasi più avanzate, alle alterazioni della tau nel cervello. Finora questo biomarcatore era considerato soprattutto uno strumento per riconoscere la presenza della patologia. Il nuovo lavoro compie un passo ulteriore: trasforma il valore del test in una probabilità associata a un preciso intervallo di tempo. Ogni aumento di una deviazione standard della p-tau217 era collegato a un incremento del 38% del rischio relativo di sviluppare un deficit cognitivo, anche dopo aver considerato età, sesso, istruzione, variante genetica APOE4 e risultati della PET amiloide.
Dal 12% al 38%
Il dato più immediato riguarda l’orizzonte dei cinque anni. Tra le persone con p-tau217 bassa, il rischio stimato di deterioramento cognitivo era del 12%. Saliva al 15% nei valori intermedi, al 24% in quelli alti e raggiungeva il 38% nel gruppo con concentrazioni molto elevate. In altre parole, quasi quattro persone su dieci nella fascia più a rischio hanno sviluppato un problema cognitivo entro cinque anni, contro poco più di una su dieci nel gruppo con livelli bassi. Anche l’andamento dei test neuropsicologici seguiva la stessa direzione: i partecipanti con p-tau217 molto alta mostravano un declino più rapido, mentre nei gruppi con valori bassi o intermedi le prestazioni rimanevano mediamente più stabili. Le stime a dieci anni arrivavano fino al 78%, ma devono essere interpretate con maggiore cautela perché soltanto il 5% del campione è stato seguito per oltre un decennio.
Non è ancora un verdetto
Un risultato elevato non significa che una persona svilupperà certamente l’Alzheimer. Il deterioramento cognitivo può dipendere anche da malattie vascolari, metaboliche o da altre forme di neurodegenerazione; inoltre funzione renale, obesità, età e caratteristiche della popolazione possono influenzare i livelli del biomarcatore. I partecipanti provenivano da coorti di ricerca selezionate, in gran parte composte da persone bianche e con istruzione elevata, e i valori soglia non sono ancora standardizzati per tutti i test commerciali. Per questo le linee guida non raccomandano oggi lo screening della p-tau217 nelle persone senza sintomi al di fuori di studi clinici. L’utilità più vicina è nella ricerca: individuare chi ha maggiori probabilità di peggiorare può rendere più rapidi ed efficienti i trial sui trattamenti preventivi. In futuro, se terapie efficaci potranno essere offerte prima dei sintomi, questo esame potrebbe diventare per il cervello ciò che colesterolo e pressione sono per il cuore: non una sentenza, ma una bussola per intervenire prima.
Buckley R.F., Townsend D.L., Birkenbihl C.J. et al., “Prognostic Value of Blood-Based P-Tau217 Levels for Progression to Cognitive Impairment”, JAMA. DOI: 10.1001/jama.2026.12556.

