Dopo oltre tre ore, alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, lo stadio è improvvisamente piombato nel silenzio quando è apparsa lei, Charlize Theron. In un abito di Atelier Versace, l’Ambasciatrice di pace delle Nazioni Unite sembrava in tutto e per tutto una dea, mentre condivideva un messaggio di inclusività: «A prescindere da razza, colore, credo, religione, genere, classe, casta o qualsiasi altro indicatore sociale di differenza…», parole del suo connazionale sudafricano Nelson Mandela. «È interessante quanto sia attuale quella citazione, che diffonde un messaggio di accettazione. Ce n’è davvero bisogno in questo momento, e sono stata onoratissima di farlo», dice Theron. E poi, con toni meno solenni: «Ho anche pensato: non mi chiederanno mai più di fare qualcosa del genere. Però, andava fatta per bene. E, alla fine, ho ottenuto più riscontri da quell’evento che dai miei ultimi tre film messi insieme».
Questa tendenza sembra destinata a cambiare con la sua apparizione nel film più atteso dell’estate, Odissea. Dato che Theron è la prima scelta quando serve un’incarnazione letterale della pace nel mondo, i fan hanno cominciato a immaginare che ruolo potesse avere nel progetto di Christopher Nolan appena è stato annunciato. «Chi altro potrebbe interpretare in modo credibile la dea greca della guerra e della saggezza? Siamo sicuri che non sia Charlize Theron a interpretare Atena?», ha scritto un sito. Altri hanno ipotizzato che Theron sarebbe stata la vendicativa maga Circe. Dopotutto: «Theron nei panni di una potente incantatrice che trasforma gli uomini in maiali è una scelta piuttosto intuitiva». Ma durante una videochiamata dalla sua casa di Los Angeles, Theron conferma che invece interpreterà… ops, un attimo, il suo cane Lucca ha fatto irruzione nella stanza, abbaiando come Cerbero alle porte dell’Ade. Theron salta dalla sedia profondendosi in scuse. «Il mio cane mi sta dicendo: no, non dire niente!», scherza. È cordiale, riflessiva e moderatamente intimidatoria. Impreca a più non posso e scoppia in una risata fragorosa quando le chiedo di dirmi qualcosa di più su quello che indossa (la risposta è: una giacca larga di jeans sopra i vestiti da palestra dell’allenamento mattutino.) Dopo aver acchiappato Lucca e averlo mandato a giocare con gli altri due cani che ha adottato, l’attrice si mette comoda per raccontarmi tutto ciò che le è permesso rivelare. Il ruolo che Nolan aveva in mente per Theron sin dall’inizio è quello della ninfa marina Calipso, che, secondo il racconto di Omero, tiene Ulisse prigioniero sulla sua isola per sette anni.
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Calipso è un concentrato di contraddizioni, una dea splendente, abbastanza potente da trattenere Ulisse ma incapace di fargli desiderare di restare, o di opporsi a Zeus quando lui le ordina di rimandare il suo amante a casa dalla moglie. Quindi, chiedo a Theron, Calipso è una cattiva, una figura tragica, o solo una donna che si fissa, come è successo a molte di noi, su un uomo impegnato? «È tutte queste cose e nessuna», risponde, aggiungendo che le dà soddisfazione interpretare uno dei personaggi meno conosciuti della saga. «Mi è stata data la possibilità di fare qualcosa che non avevo avuto molte occasioni di fare, perché lei è un po’ tutto. È questo il suo bello. Molte persone mi hanno immaginata in questo film in modi totalmente differenti. Chris mi ha dato la possibilità di fare qualcosa che non fosse un ruolo stereotipato». Nella mitologia greca, gli dei violentano e rapiscono impunemente le donne mortali. Il discorso più significativo di Calipso arriva quando denuncia il doppio standard, per cui le dee che vanno a letto con gli uomini, anche dopo averli sposati, sono oggetto di crudele gelosia. «Credo che gran parte del suo dolore risieda proprio in quell’ipocrisia», dice la Theron. «Anche se è una dea, desidera ardentemente un legame. Ed è stato interessante osservare qualcuno che ha quei poteri ma non ci può fare granché. Non voglio stabilire una correlazione diretta, ma ci sono tante donne che vivono la propria vita con forza, eppure molti dei nostri diritti ci vengono sottratti ogni giorno».
Nolan, che definisce Theron «semplicemente una delle grandi attrici della sua generazione», afferma di ammirare la sua capacità, in film come Mad Max: Fury Road e Monster (Oscar come migliore attrice 2004), di creare personaggi iconici e fuori dal comune, riuscendo allo stesso tempo a trasmettere la loro vita interiore. «Charlize ha abbracciato appieno l’impresa funambolica che volevamo realizzare con questo personaggio», dice il regista. «È un personaggio che, nella storia della letteratura e dell’arte, è stato interpretato in tanti modi contraddittori, e cercare di far quadrare il cerchio di quel personaggio richiedeva qualcuno con l’intelligenza e la capacità empatica di Charlize». Il suo partner di scena era Matt Damon, un caro amico da quando hanno recitato insieme in La leggenda di Bagger Vance, ventisei anni fa. «A proposito, non so perché solo uno di noi sia invecchiato. Lei ha vinto alla lotteria genetica», dice Damon ridendo. «È una persona per cui ho sempre fatto il tifo, perché se la conosci è impossibile non tifare per lei. È semplicemente una donna formidabile e un’attrice molto, molto brava».
L’isola di Calipso, nel film, in realtà è una spiaggia in Marocco. Ho capito perché è considerata la capitale del windsurf: c’è tantissimo vento. È stato brutale girare lì ma anche bellissimo.
Il set che, nel film, è l’isola di Calipso, racconta, è in realtà una spiaggia marocchina famosa per il windsurf e il kite. Un luogo che ha un’atmosfera ultraterrena, purgatoriale, visivamente perfetta, ma nessuno dei due attori aveva pensato davvero a come sarebbe stato lavorare lì. «Ha dovuto girare queste scene, già molto impegnative di loro, con un vento che soffiava a sessanta chilometri orari e le sferzava la sabbia negli occhi», ricorda Damon. «Ma lei è proprio una forza. I macchinisti cercavano di tenere schermi protettivi e noi facevamo tutto il possibile per poter girare ma era una situazione di estremo disagio, eppure, guardando il film non lo diresti mai. La conosco da tantissimo tempo, ed è una di quelle persone che non si lamentano mai e poi mai. E così, quando alla fine ha dovuto arrendersi – «Mi dispiace ma non riesco a tenere gli occhi aperti» – era così arrabbiata… Le ho detto: Charlize, nessun essere umano riuscirebbe a tenere gli occhi aperti, perché non l’hai detto prima? È fatta così. È davvero tosta». Theron concorda sul fatto che le condizioni fossero ben oltre ogni loro immaginazione. «Sono arrivata lì e ho capito perché è la capitale mondiale del windsurf… È stato bestiale ma anche incredibile, perché sembrava davvero un luogo da cui sarebbe potuta provenire Calipso».
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Il risultato è un film: «grandioso e originale, su una storia che sentiamo di conoscere tutti molto bene». Il grado di difficoltà nell’affrontare i classici, dice, è proprio il loro fascino. «Sono grandi storie da raccontare, e sono intimidatorie. La gente ci proverà sempre perché sono davvero l’Everest. Viene semplicemente voglia di provare a scalarlo». E poi c’è l’arrampicata vera e propria. Per quanto possa sembrare incredibile, Odissea è solo il secondo film più impegnativo dal punto di vista fisico tra quelli interpretati da Theron quest’anno, dopo il thriller Netflix Apex del regista Baltasar Kormákur. L’attrice si è allenata con la leggendaria scalatrice Beth Rodden per prepararsi al ruolo di un’alpinista che sta elaborando un lutto, impegnata in un percorso estenuante nella natura selvaggia australiana. La star confessa che circa il 98 per cento delle scene di arrampicata, compresa la straziante scalata in free solo fuori da una gola nel momento culminante del film, sono state eseguite da lei stessa. Il secondo giorno di riprese, si è lanciata da una scogliera alta almeno dieci metri in acque profonde due. Il cast e la troupe spesso guidavano per due ore e camminavano un’altra ora per raggiungere le location, trasportando parte dell’attrezzatura in elicottero e il resto a mano: «È stata una delle esperienze più belle che abbia mai vissuto», dice. «È speciale quando si ha la possibilità di girare in luoghi come quelli e sentirsi davvero coinvolti. Non si sta costruendo nulla di artificioso. E ho adorato la squadra e mi è piaciuto moltissimo lavorare con Baltasar. Penso che tutti noi avessimo quella voglia di spingerci oltre. E quando metti insieme un gruppo di persone così, è davvero incredibile ciò che si riesce a realizzare». Kormákur, il regista islandese di Beast e Everest, ricorda un’escursione verso una location raggiungibile solo guadando acque gelide; quando ha guardato Theron, lei aveva dato l’attrezzatura destinata a tenerla al caldo a un membro della troupe che tremava dal freddo. «Il bello di Charlize è che, per quanto possa sembrare dura, è anche molto vulnerabile», dice. «E questo la rende ancora più affascinante. È proprio il contrasto tra vulnerabilità e forza che la rende ciò che è». Durante le estenuanti riprese, la tensione si è alzata più di una volta, ma, dice: «Più le cose si facevano difficili con Charlize, più cominciavamo a piacerci a vicenda».
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Apex è uno tra i venti progetti che l’attrice e i suoi soci, A. J. Dix e Beth Kono, ai quali si è recentemente unita Dawn Olmstead, hanno sviluppato attraverso la sua società di produzione, ora chiamata Secret Menu. Alcuni dei titoli sono: Non succede, ma se succede…, Bombshell, Young Adult e Tully. «Per me, la collaborazione è uno degli aspetti più importanti del processo creativo, ma mi piace avere un ruolo che mi consenta di intervenire e proteggere quello che vogliamo realizzare. È stato difficile all’inizio della mia carriera», dice, parlando della produzione. Benché sia gratificante avere voce in capitolo, vorrebbe che quest’opportunità fosse estesa anche alle attrici in posizioni “inferiori”. «Non che io non abbia lavorato sodo per arrivare fin qui, mi sono fatta in quattro per arrivarci, ma mi rendo conto che la mia storia e la mia lotta sono molto diverse da quelle di tante donne che sono attrici straordinarie, lavorano con costanza ma non sono nella posizione di poter dire, per esempio, voglio la parità salariale. Di loro non ci occupiamo». L’attrice sudafricana Thuso Mbedu, protagonista di The Woman King e del prossimo Children of Blood and Bone, ricorda che Theron ha prestato la sua piattaforma per dare visibilità a quella di Mbedu quando si è trasferita a Hollywood. Quando si sono incontrate a un evento per il Charlize Theron Africa Outreach Project, l’importante organizzazione benefica dell’attrice, «io ero sostanzialmente un puntino sul radar, mentre lei aveva un milione di persone che cercavano di attirare la sua attenzione», racconta Mbedu. «Ma Charlize ha quel superpotere che ti fa sentire come se fossi l’unica persona nella stanza». Mbedu aggiunge che sta “egoisticamente prendendo appunti” sulla leadership di Theron all’interno dell’organizzazione benefica, fondata nel 2007 per collaborare con gruppi dell’Africa meridionale nella lotta contro l’Aids e la violenza di genere. «L’impatto è enorme, ma è il modo in cui lo fa che mi colpisce» osserva. «Sono stata sul campo con alcuni partner di Ctaop nel mio Paese, e il commento è sempre lo stesso: loro ci ascoltano davvero». Il lavoro dell’organizzazione è stato messo a dura prova durante il secondo mandato dell’amministrazione Trump, che ha tagliato, sospeso e riorganizzato i programmi di aiuti esteri degli Stati Uniti. «Questi tagli hanno devastato Paesi e vite, e hanno già causato la morte di molte persone e di molti bambini. Non credo che la gente voglia davvero guardare in faccia la realtà», dice Theron. «Noi di Ctaop stiamo semplicemente cercando di capire come ottenere i nostri finanziamenti. E avendo io il palcoscenico che ho, non la considero una responsabilità: fa parte della mia umanità».
È una visione compassionevole del mondo che spera di trasmettere alle sue due figlie, di quasi undici e quattordici anni; è orgogliosa di vedere la passione della figlia maggiore per il volontariato nei rifugi per animali. «Hanno entrambe un cuore molto grande e buono. Non è necessariamente grazie al mio lavoro, ma capisco che stanno pensando oltre la loro bolla, e questo mi fa piacere come mamma», dice Theron. Le sue ragazze la tengono con i piedi per terra: «Quando mi monto un po’ troppo la testa, subito mi ricordano che devo preparare il pranzo alle sei del mattino». In cambio, lei cerca di aiutarle a rimanere con i piedi per terra. «Dico loro: siate solo voi stesse. Penso che per le ragazze di oggi sia molto più difficile rispetto alla mia adolescenza. Quando si sentono perse, ricordo loro che sono dei veri concentrati di potenza. Probabilmente è la cosa che ripeto più spesso oltre a: svuotate la lavastoviglie».
Con Odissea ormai alle spalle, l’attenzione di Theron è rivolta al film Tyrant degli Amazon MGM Studios, ambientato nel mondo dei ristoranti di lusso di New York. «In questo momento vivo fra locali tre stelle Michelin. È un tipo di ricerca facile», dice Theron, che sarà anche produttrice. Nonostante il suo cameo nei panni di Clea Strange nell’universo Marvel, la Theron dice di non essere la persona giusta a cui chiedere speculazioni sulla sua possibile apparizione in Avengers: Doomsday. Né sembra che Atomica bionda 2 stia andando avanti: «Forse abbiamo perso il momento giusto». Ma è impegnata con altri progetti in fase di sviluppo, tra cui il dramma fantasy Jane di Alfonso Cuáron e Two for the Money, un film su un colpo grosso del regista Justin Lin, suo collega nella saga di Fast & Furious. Theron non è tipo da mitizzare la propria epica carriera. Non vede alcun grande piano, al di là del desiderio di interpretare personaggi che sembrino veri esseri umani. Eppure, dice: «Ho ricordi vividi di tutto ciò che ho fatto, vividi come sogni febbrili. Ricordo di essere stata in mezzo a un campo con Michael Caine durante le riprese di Le regole della casa del sidro, soggiogata dalla sua presenza. Ci sono momenti di Fury Road che ricordo ancora vividamente: stare su quel mezzo, guidare in quel deserto. Riesco quasi a sentire il sapore della polvere». Non è certo una persona che si ferma a metà. «C’è una parte di me che non vuole tornare a casa e pentirsi di qualcosa, pensare: perché non ci ho provato? Perché non mi sono preparata meglio? Quindi la mia filosofia – che credo derivi dal mio passato da ballerina – è che devi impegnarti al massimo in una cosa e poi avrai una sola occasione sul palco, quindi è meglio dare tutto quello che hai», dice. «In un certo senso, questo vale per ogni aspetto della vita. Se devi pulire un pavimento, non farne metà: porta a termine il lavoro. Se devi fare qualcosa, fallo bene, fallo al massimo. Non perdere tempo».
(Traduzione di Marta Barone)
Giacca e pantaloni Max Mara, orecchino indossato come spilla Dior Fine Jewelry. Sul viso, Capture Soft Crème, Dior.
(Foto Norman Jean Roy. Hair By Adir Abergel At A-Frame Agency. Makeup By Kate Lee At Forward Artists. Manicure By Emi Kudo Per Dior Le Baume. Set Design By Marla Weinhoff At 11Th House Agency. Produzione Alexey Galetskiy Productions)



