di
Ilaria Sacchettoni

Le verifiche senza riscontri sui motivi «professionali», poi esclusi

Dopo l’esplosione di Pomezia, sono stati studiati gli archivi di Report. La varietà e molteplicità delle minacce ricevute da Sigfrido Ranucci nella sua vita professionale — verbalizzate — avevano moltiplicato gli spunti investigativi. Ma nulla è accaduto. Nulla è emerso dalle decine di persone sentite, finendo per accreditare la pista del movente personale. Di fronte al pm Carlo Villani si sono accomodati generali e manager, consulenti e informatori, giornalisti e professionisti. Ma non sono emersi elementi per avvalorare piste legate alle inchieste giornalistiche.

L’ingegnere e Anemone

Il 29 gennaio è forse il giorno più deludente, quello che seppellirà l’ipotesi di mettere a fuoco un movente professionale. Si ascolta, per l’occasione, l’ingegnere Alfredo Principio Mortellaro che compendia in sé conoscenze di mondi diversi. Ex dirigente del Sisde, già ai vertici del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, in seguito approdato alle consulenze dei 5 Stelle, l’ingegnere dice la sua sul dossierone «appalti»: «La mia intervista — spiega — riguardava la conoscenza dei meccanismi alla base degli illeciti che avevo rilevato nella costituzione degli appalti destinati alla ristrutturazione delle sedi dei servizi segreti. Le irregolarità erano riferite in linea diretta al direttore Mori (il generale Mario Mori, ndr) ed erano avvenute tra 2004 e 2006». Spunta, quasi come un amarcord investigativo, il nome di Diego Anemone, l’imprenditore del Salario Sport Village e della stagione berlusconiana dei grandi eventi. Ma nulla.



















































Il caso Regeni

Senza mai demotivarsi i carabinieri del Nucleo investigativo affrontano altre possibili piste: quella dei cantieri navali sviscerati in vari servizi della trasmissione dal giornalista Daniele Autieri e perfino (sentendolo) uno spunto sull’omicidio di Giulio Regeni («In Kenia si sono incontrati membri dei servizi segreti egiziani e kenioti e uno di questi avrebbe ammesso di aver ucciso Regeni», dirà a verbale). Ma la quadra non arriva. La via del giornalismo d’inchiesta non porta novità. E la svolta arriverà dal risultato delle analisi del Ris sull’ordigno — una gelatina da cava non più in commercio da almeno 10 anni — e dalla lunare ma informata lettera anonima di Pasqua ai pm: «Vi aiuto a prendere quel deficiente».

Gomes e gli altri

Il pool di «manovali» che piazzò la bomba, chi più chi meno vicino alla criminalità organizzata, viene indagato così nell’aprile scorso. Ma bisognerà attendere ancora per trovare il presunto mandante, quel Valter Lavitola dal profilo imprenditoriale esuberante e dal curriculum carico di precedenti. «Gomes è come un figlio per me» giura, ora, Lavitola.

Il punto è che l’antimafia capitolina deve a questo corpulento quarantenne del Camerun e alla sua vita borderline, pericolosamente dentro e fuori dal carcere di Secondigliano, la scoperta investigativa di Lavitola stesso. La sua compagna Gelsomina Tuorto è intercettata quando parlando di lui con un altro dice: «Devo parlare con lui (Gomes, ndr) che devo fare? Voglio fare una telefonata a Valter». È il primo accenno a Lavitola. Uno dei «manovali», Pellegrino D’Avino, riceve un messaggio di sostegno da Gomes nel periodo di maggiore preoccupazione, quando ormai la televisione — con Massimo Giletti e altri — è a un passo dal rivelare l’auto degli attentatori: «O’ Niro (Gomes Clesio Tavares, ndr) sta in Africa, mi ha mandato il messaggio “Digli a tuo padre che va urgente da questo avvocato che “ven pavat a chilli là, là di Napoli … Ven pavat chist avvvocat” (tradotto: “Viene pagato da quelli là, là di Napoli”)». Si parla del penalista Sergio Cola che assiste Lavitola e che viene posto sotto videosorveglianza. Il movente ancora non si conosce. Ma l’antimafia procede per sottrazione. E guarda a quei sondaggi pro Ranucci, promossi dal faccendiere, con crescente interesse.


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18 luglio 2026