L’ex centrocampista e protagonista dello storico scudetto gialloblu del 1985 ricorda il suo allenatore. Una volta accompagnò il suo presidente fuori dallo spogliatoio: “Lei può decidere qualsiasi cosa, ma non qui dentro”


Francesco Pietrella

Giornalista

18 luglio – 08:15 – MILANO

“Come noi nessuno mai, ma soprattutto come lui…”. Punto, e a capo. Domenico Volpati, 71 anni, colonna del Verona scudettato del 1985, parte così per ricordare Osvaldo Bagnoli, l’artefice del miracolo scomparso oggi. “Non credo avesse nemici, era impossibile volergli male. La sua morte mi addolora, ma al tempo stesso mi fa ripensare a ricordi unici”.

Cos’è che rendeva unico Bagnoli?

“La sua coerenza. Mi sento un privilegiato: oltre al Verona l’ho avuto anche al Como, stagione 1976-77, in B, e alla Solbiatese in C, 1973-74. Era il suo primo anno da allenatore. Fu esonerato a marzo dopo un diverbio”.

“Il presidente veniva a vedere solo le partite in casa, in trasferta non c’era mai. Noi giocavamo bene soprattutto fuori. Un giorno entrò nello spogliatoio e consigliò a Bagnoli di far giocare un altro giocatore sulla fascia. Lui, davanti a tutti, lo accompagnò fuori sottobraccio: “Lei può decidere qualsiasi cosa, ma non qui dentro”. Il giorno dopo fu esonerato”.

Il carisma l’ha sempre contraddistinto.

“Era silenzioso, a volte burbero, ma con un cuore grande così. Ha sempre mantenuto un basso profilo, manifesto della sua storia di gavetta: milanese di Bovisa, si era fatto le ossa in fabbrica, genitori umili. Ci ha trattato come figli”.

Il segreto di quel Verona?

 “Il gruppo. Eravamo amici e lo siamo tuttora. Ci sentiamo tutti i giorni attraverso il nostro gruppo di WhatsApp e a volte ci incontriamo tutti sul lago di Garda, che piace agli stranieri, Briegel ed Elkjaer, a cui ricordiamo ancora del famoso gol contro la Juve senza una scarpa. Nessuno se n’era accorto, lui continuava a indicare il piede…”. 

Il momento chiave di quella stagione? 

“Il successo per 5-3 contro l’Udinese, a febbraio. Tre gol nei primi venti minuti, poi la rimonta friulana e infine la vittoria: l’abbiamo ripresa con grinta. Lì ci ricordammo del famoso brindisi di Capodanno di Pierino Fanna”. 

“Questo è il nostro anno”, disse. 

“E così è stato. Ricordo che Bagnoli prese la parola e disse che nelle interviste avrebbe continuato a ripetere che il nostro obiettivo era un altro e giù di lì, ma dentro di noi eravamo certi che avremmo vinto. Non avremmo mollato mai”. 

Al di fuori di voi, quanti altri ci credevano?

“Nessuno. In tv dicevano che non saremmo durati, i giornali scrivevano che saremmo scoppiati in primavera, com’era successo ad altre squadre di provincia. Bagnoli ci disse di non ascoltare nessuno e di leggere poco”. 

La sua più grande qualità? 

“Creare appartenenza, gruppo. Avremmo corso cinquanta giri di campo per lui e per tutti i compagni. Con Osvaldo ho giocato in ogni ruolo possibile, in difesa e a centrocampo. Gli dicevo “signorsì” e mi piazzavo ovunque”. 

L’aneddoto a cui è più legato? 

“Quando disse ai Carabinieri che “i ladri erano nell’altro spogliatoio”. Si riferiva alla Juventus, con cui perdemmo 2-0…”. 

Rispolveriamo il contesto per i più giovani. ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1985-86, l’anno dopo lo scudetto, 0-0 all’andata e ko per 2-0 al ritorno. 

“La sconfitta fu immeritata, ci furono diversi episodi arbitrali controversi contro di noi. Così, una volta rientrato negli spogliatoi, qualcuno tirò una scarpa contro una finestra, che si frantumò. Un comandante dei Carabinieri entrò nello spogliatoio chiedendo se andasse tutto bene, così Bagnoli, con l’ironia che lo ha sempre contraddistinto, disse: “Se cercate i ladri, sono dall’altra parte”. Il tutto in dialetto milanese. Ci ha sempre difeso in ogni contesto”. 

La vostra resta l’impresa più grande della Serie A?

“Assolutamente sì. Abbiamo vinto in un’epoca in cui c’erano Platini, Zico, Rummenigge, Maradona, Bertoni, Falcao”. 

È una storia ripetibile? 

Il Leicester di Ranieri vi si avvicina? 

“È l’unico paragone in cui ci riconosciamo”. 

A Bagnoli il calcio di oggi piacerebbe? 

“Non penso, anche perché dopo l’Inter si allontanò dicendo che non si riconosceva più in questo mondo. Oltre al Verona, ha collezionato altre imprese, come battere il Liverpool ad Anfield col Genoa. Il suo gol ideale era il seguente: rilancio del portiere e colpo di testa del centravanti. Il gioco di Guardiola non gli è mai andato a genio: troppo ricercato, lento. A lui piacevano la concretezza e il cinismo. Oggi giocano tutti col 3-5-2, ma lui lo faceva già quarant’anni fa…”. 

Gianni Brera l’aveva soprannominato “lo Schopenhauer della Bovisa”.

 “Sosteneva che fosse un pessimista schivo, ma per me non era solo quello. Certo, non c’è una foto in cui sorride, ma sotto quei ricci c’è sempre stata una persona scherzosa, dall’ironia pungente. Un padre per tutti”. 

Quando l’ha visto l’ultima volta? 

“Due anni fa: eravamo io e Fanna, ma non ci ha riconosciuto. Sua moglie Rossana provò a dirgli che eravamo i suoi ragazzi, quelli dello scudetto, ma niente. Inseguire i ricordi e non trovarli è dura”. 

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“Che gli voglio bene: come noi, e come lui, nessuno mai”.