C’è un ricordo nitido, quasi cinematografico, che Anna Valle custodisce gelosamente. Lei, giovanissima, fresca del titolo di Miss Italia, che muove i primi passi nella moda e si ritrova a sfilare per Giorgio Armani nella cornice monumentale di Piazza Navona. “Ricorderò sempre il primo incontro nella sua sede per provare i vestiti”, racconta l’attrice. “Lui fu incredibilmente accogliente, mai sbrigativo. E tutte le volte successive che ci siamo incontrati, persino incrociandoci per caso nei dintorni di casa sua, mi diceva sempre con assoluta naturalezza: ‘Se hai bisogno di noi, contattaci quando vuoi’. Forse in me vedeva delle assonanze: quella sobrietà tipicamente sua, quel non urlare mai la propria personalità, è un modo di essere che sento mio. Per me, questa è la vera eleganza”.
Oggi quel legame ideale si completa sul palcoscenico. Sabato 18 luglio, nell’ambito della rassegna La Milanesiana ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, andrà in scena lo spettacolo “Essere Armani”, tratto dal libro di Renata Molho. Sarà proprio Valle, 51 anni, a raccontare l’evoluzione professionale e, soprattutto, umana di uno dei simboli assoluti del Made in Italy. Un ritratto intimo che promette di svelare l’uomo dietro il mito. E c’è una cosa, in particolare, che l’ha colpita di Re Giorgio: “La sua parte più sensibile, nascosta dietro il volto da uomo invincibile”.
Ci spieghi meglio. Che cosa l’ha conquistata dell’Armani “uomo”?
“La parte vulnerabile di un personaggio che siamo abituati a percepire come granitico. Devo ammettere che oggi provo un pizzico di dispiacere per non averlo conosciuto in modo più approfondito”.
Che ricordo ha dei vostri incontri?
“Ci siamo incontrati diverse volte agli inizi, anche se non avevamo un’amicizia stretta; io ero appena un’esordiente. Negli anni ci siamo incrociati di nuovo, anche se meno spesso di quanto mi sarebbe piaciuto. È sempre stato un uomo caparbio e categorico, impermeabile al dubbio e all’errore agli occhi del mondo, doti su cui ha costruito un impero. Eppure, dietro quella facciata, ho sempre intravisto un guizzo di dolcezza, qualcosa che anche il libro conferma”.
Ha percepito questo senso di accoglienza fin da giovanissima. È una dote rara in quel mondo?
“A me è successo, in particolare, con lui e con Gianfranco Ferré, che poi ho vestito per dieci anni. Il signor Armani si proponeva sempre in modo semplice: credo che il suo approccio al lavoro sia qualcosa in cui posso rispecchiarmi. Spesso le persone mi associano a un’idea di eleganza, ma non è certo studiata a tavolino: è semplicemente il mio modo di essere. Non ho mai amato gli eccessi o i toni urlati”.
Se aprissimo il suo armadio adesso, nella vita di tutti i giorni, che cosa ci troveremmo dentro?
“Professionalmente sei sempre guidata dagli stylist, e può capitare che ciò che indossi non rispecchi al cento per cento chi sei. Nel quotidiano, invece, cerco un equilibrio ideale tra comodità ed eleganza: il mio look cult è un jeans con una camicia lineare. Poi, certo, mi piace giocare con i tagli e i dettagli, perché la moda resta una bellissima forma di espressione, ma non voglio essere schiava dei vestiti. Ed è esattamente quello che Armani, prima degli altri, ha capito del corpo femminile”.
Cioè?
“Che bisogna togliere la scomodità dall’eleganza. La donna ha una vita identica a quella dell’uomo, lavora quanto l’uomo e non può farlo tutto il giorno su dodici centimetri di tacco. La donna di Armani era inattaccabile, anche sul posto di lavoro: non doveva trovarsi nella condizione di doversi continuamente sistemare la camicetta, o aggiustare il tiro di una gonna troppo stretta o una camminata incerta per colpa di un tacco proibitivo. Doveva essere a suo agio nel mondo e non funzionale al mondo stesso”.
Lei ha due figli nell’età delicata dell’adolescenza: Ginevra, 18 anni, e Leonardo, 13. Si parla molto di pressioni estetiche sulle ragazze, ma oggi anche i maschi affrontano sfide enormi. Come li aiuta a difendersi?
“Per assurdo, oggi vedo una fragilità persino maggiore nei ragazzi. Le ragazze subiscono un’aggressività evidente, sia fisica che verbale, da cui devono difendersi. Ma nei maschi la vulnerabilità è più nascosta e subdola. La società e le coetanee oggi si aspettano da loro cose quasi contraddittorie: devono essere brillanti, intelligenti, ‘fighi’ ma al tempo stesso un po’ ribelli. Questo cortocircuito li rende insicuri”.
I suoi figli come la vivono?
“Entrambi, incrociando le dita, sono ragazzi sani, con le loro vulnerabilità e le incertezze proprie della loro età, ma riescono a guardare il mondo con spirito critico. Qualcosa che si sta un po’ perdendo: siamo circondati da stimoli che ci dicono esattamente cosa fare, come e quando. Ho saputo, ad esempio, che alcuni figli di mie amiche si rivolgono all’Intelligenza Artificiale per chiedere come comportarsi in determinate situazioni sociali o affettive. Ai ragazzi, in particolare, non perdoniamo ancora la vulnerabilità”.
È un problema di comunicazione? Eppure il dibattito pubblico sul superamento degli stereotipi è centralissimo.
“Parlarne non significa averlo superato. Sono reduce da uno spettacolo teatrale che affronta proprio i tabù tra uomo e donna – la differenza d’età, il desiderio sessuale femminile – e sviscerando il testo ci siamo resi conto di quanti cliché resistano ancora. Crediamo di essere avanti, ma i luoghi comuni sono duri a morire”.
Chi può fare davvero la differenza?
“La famiglia, prima di tutto. Il dialogo in casa è fondamentale: noi genitori dobbiamo imparare a parlare di tutto con i nostri figli, senza perdere la nostra autorità ma anche senza farli sentire giudicati. Certo, non si può fare solo gli ‘amiconi’, ma io e mio marito (il regista Ulisse Lendaro, a cui è legata da vent’anni, ndr) ci impegniamo molto nel dialogo, e i nostri figli sembrano recepirlo. Poi va detto che ci vuole anche molta fortuna”.
La scuola dovrebbe investire di più nell’educazione affettiva?
“Assolutamente sì. Tutti noi ci ricordiamo i professori che sono stati un ‘tesoro’ per noi, non tanto per la materia che insegnavano, quanto perché avevano instaurato con la classe un rapporto da essere umano a essere umano. Oggi i ragazzi hanno un bisogno disperato di strumenti per sviluppare il proprio senso critico, perché tendono a prendere tutto per buono, soprattutto sul web. L’Intelligenza Artificiale, in questo senso, rischia di essere un inganno: se poni la domanda in modo sbagliato, rischi di viziare la risposta. Insomma, bisognerebbe insegnare loro l’approfondimento, il ritorno alla fonte. È un richiamo che faccio anche a me stessa e agli adulti in generale”.
Che rapporto ha con la tecnologia?
“Pessimo! Non ne sono attratta, anche se ne riconosco l’utilità. Insomma, sto prendendo le misure”.
Su Instagram è arrivata molto tardi: lo scorso settembre, per l’esattezza.
“Praticamente l’altroieri! (ride, ndr). Sui social mi faccio aiutare da un team per i contenuti, perché vorrei avere il tempo di selezionare messaggi che abbiano un senso reale. Il mondo social fraintende facilmente: devi calibrare non solo quello che pubblichi, ma anche come verrà recepito dall’altra parte dello schermo. Io preferisco vivere le cose nella realtà pratica, toccando e guardando. Però capisco che stare completamente fuori dai social ti rende anacronistica. Bisogna conoscere gli strumenti per poter scegliere, consapevolmente, se usarli o meno”.
La Rosa de La Milanesiana è il simbolo ufficiale del celebre festival culturale italiano ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi