TARANTO – Riunire in un unico progetto industriale le proposte presentate da Jindal, Metinvest e Danieli, coinvolgendo anche lo Stato attraverso Invitalia o Cassa Depositi e Prestiti. È la soluzione avanzata da Alberto Pratesi, già manager di Arcelor e presidente dell’Associazione Italiana Coil Coating, per affrontare il futuro dell’ex Ilva di Taranto.
Pratesi interviene nel dibattito dopo aver espresso in precedenza la propria contrarietà alla nazionalizzazione dell’azienda. Secondo la sua analisi, un passaggio completo sotto il controllo dello Stato richiederebbe ingenti risorse pubbliche senza risolvere le difficoltà strutturali, economiche e finanziarie che hanno segnato la gestione del gruppo siderurgico.
L’ex manager sostiene che la nazionalizzazione rischierebbe di mantenere inalterato il disequilibrio che avrebbe già contribuito alla perdita del patrimonio aziendale e alla crescita dell’esposizione debitoria. Da qui la proposta di costruire un modello differente, fondato sulla collaborazione tra investitori privati e soggetti pubblici.
Il primo passaggio indicato da Pratesi consiste nella definizione di un solo piano industriale, capace di mettere insieme gli obiettivi e le intenzioni di investimento manifestate da Jindal, Metinvest e Danieli.
Il progetto dovrebbe essere affidato a una società partecipata inizialmente da 4 soggetti: Jindal, Metinvest, Danieli e Invitalia oppure Cassa Depositi e Prestiti. La presenza pubblica avrebbe la funzione di garantire un controllo sulle scelte strategiche, sull’approvvigionamento delle filiere siderurgiche e sulle conseguenze ambientali delle attività produttive.
La joint venture, nelle intenzioni dell’ex manager, non dovrebbe comunque rimanere limitata ai soci fondatori. Potrebbe essere successivamente aperta ad altri investitori interessati, tra i quali Pratesi cita Flacks Group, imprese associate a Federmeccanica e società pubbliche riconducibili al Comune di Taranto o alla Regione Puglia.
La partecipazione e i diritti di voto di ciascun soggetto dovrebbero essere stabiliti in proporzione al capitale investito. In questo modo anche le istituzioni territoriali potrebbero avere una rappresentanza nelle decisioni riguardanti lo stabilimento e il futuro produttivo della città.
Pratesi propone inoltre di programmare fin dall’inizio un aumento di capitale destinato al mercato, riconoscendo eventualmente un diritto di prelazione ai soci già presenti. L’obiettivo finale sarebbe trasformare la società in una public company quotata, ampliando la platea degli investitori e rafforzando la struttura finanziaria del progetto.
Secondo l’ex dirigente, una soluzione di questo tipo permetterebbe di contemperare le esigenze industriali delle diverse parti coinvolte. Jindal potrebbe utilizzare semilavorati importati dall’Oman per alimentare le lavorazioni successive, mentre Metinvest e Danieli potrebbero sviluppare il progetto dell’acciaieria elettrica.
Alla componente pubblica sarebbe invece affidato il compito di vigilare sulla continuità delle filiere siderurgiche e sul rispetto degli obiettivi ambientali. La presenza di enti locali o regionali potrebbe inoltre garantire ai cittadini tarantini una rappresentanza nelle scelte riguardanti Acciaierie d’Italia.
«Questo avrebbe fornito alle parti l’utilità ricercata», afferma Pratesi, indicando come il progetto potrebbe rispondere contemporaneamente alle necessità degli investitori industriali, dello Stato e del territorio.
La realizzazione del piano, secondo il suo ideatore, sarebbe però legata a una condizione essenziale: la presenza di una guida manageriale capace di coordinare e bilanciare interessi diversi.
La convivenza tra gruppi industriali internazionali, soggetti pubblici ed eventuali investitori territoriali richiederebbe infatti una governance solida, regole chiare e una direzione in grado di evitare conflitti tra le diverse componenti.
Il cuore della proposta resta comunque la costruzione di una partnership industriale e finanziaria in grado di superare sia l’ipotesi di una completa nazionalizzazione sia quella di un affidamento dello stabilimento a un solo investitore.
Una società mista, partecipata da operatori industriali e istituzioni pubbliche, potrebbe rappresentare, secondo Pratesi, uno strumento per condividere investimenti, rischi e responsabilità, mantenendo allo stesso tempo un controllo pubblico sulle attività strategiche e sull’impatto ambientale del polo siderurgico tarantino.