Può un grande manager difendersi dall’accusa di frode fiscale sostenendo che le sue azioni configuravano, in realtà, una truffa ai danni dello Stato? Nel labirinto giudiziario della famiglia Agnelli succede anche questo. È la domanda che pone MilanoFinanza, sulla singolare linea di difesa scelta dai legali di John Elkann per provare a chiudere la partita penale legata alle tasse evase sul patrimonio di Marella Caracciolo, la moglie dell’Avvocato scomparsa nel 2019. Al centro del ciclone c’è un tesoro da oltre un miliardo di euro, rimasto per vent’anni al sicuro nei paradisi fiscali dei Caraibi e rimbalzato tra veicoli societari del Lussemburgo, sul quale la Procura e la Guardia di Finanza di Torino hanno riacceso i riflettori.
I dettagli inediti di questa complessa manovra arrivano dai passaggi chiave delle motivazioni della Cassazione, analizzati in un focus da Milano Finanza. Documenti che mettono a nudo la guerra fratricida e dinastica scatenata dagli esposti di Margherita Agnelli contro i suoi stessi figli: John, Lapo e Ginevra.
Il “no” del Gip alla messa alla prova tra i Salesiani
La strategia del presidente di Stellantis puntava a un’economia processuale radicale. Dopo aver versato al Fisco 183 milioni di euro a settembre per sanare le imposte sui redditi e le donazioni della nonna, Elkann sperava di aver chiuso i conti. L’accordo siglato con i pm torinesi prevedeva infatti la richiesta di “messa alla prova” presso l’istituto dei Salesiani a Torino, declassando la pesante accusa di dichiarazione fraudolenta nel reato di truffa.
Il piano è però andato in fumo a causa del gip Antonio Borretta, che ha respinto l’accordo e imposto l’imputazione coatta per frode fiscale e truffa aggravata. Una linea dura che la Cassazione ha appena blindato, dichiarando inammissibile il ricorso di John ed escludendo invece da ogni responsabilità i fratelli Lapo e Ginevra, considerati del tutto estranei alla “massiccia serie” di condotte contestate al primogenito.
Il notaio svizzero e il controllo sulla cassaforte Dicembre
Nelle carte dei giudici di legittimità emerge un quadro netto: Elkann e il commercialista Gianluca Ferrero vengono indicati come “autori mediati” del meccanismo. Avrebbero cioè indotto in errore il notaio svizzero Urs von Grünigen, spingendolo a firmare dichiarazioni basate su una fittizia residenza elvetica di Marella, utile solo a schivare il fisco italiano. I legali del manager, interpellati da Milano Finanza, gettano acqua sul fuoco precisando che la Suprema Corte non è entrata nel merito dei fatti e che l’innocenza di John verrà dimostrata.
La tensione resta però altissima perché il verdetto penale rischia di terremotare la vera cassaforte dell’impero: la società semplice Dicembre. Controllata al 60% da John Elkann, è la scatola di controllo che governa la galassia Exor: un gigante da 30 miliardi di asset che spazia da Stellantis a Ferrari, fino alla Juventus e al The Economist.
Il bivio del patteggiamento all’ombra di Meta
L’autunno si preannuncia caldissimo. La prossima udienza preliminare è fissata per l’11 settembre, giorno in cui il giudice Irene Giani deciderà se ammettere la madre Margherita come parte civile (pronta a chiedere 1,3 milioni di danni morali). Se la costituzione verrà accettata, per John Elkann si aprirà un bivio pericoloso: affrontare il fango mediatico di un processo pubblico per evasione o cedere alla via del patteggiamento.
Formalmente non sarebbe un’ammissione di colpa, ma un simile epilogo rischierebbe di pesare come un macigno sulla reputazione internazionale del finanziere, mettendo a rischio i suoi prestigiosi incarichi nei board mondiali, a partire da quello nel colosso della Silicon Valley Meta. Quando il fango inizia a girare vorticosamente, il rischio è che travolga anche chi pensava di poterlo controllare.