Dopo aver letto certi titoli verrebbe voglia di eliminare il peperoncino dalla cucina. Ma la scienza racconta una storia molto diversa. Una revisione pubblicata su Frontiers in Nutrition suggerisce che il rischio di tumore dell’esofago aumenta soltanto tra i grandi consumatori di peperoncino. Per chi lo usa normalmente per insaporire i cibi, invece, le prove disponibili non mostrano lo stesso segnale d’allarme. E soprattutto, lo studio ricorda una regola che vale per quasi tutta la nutrizione: non è quasi mai un singolo alimento a fare la differenza, ma la quantità con cui viene consumato e il contesto in cui entra nella dieta.

IL RISCHIO ESISTE, MA RIGUARDA SOLO CHI NE CONSUMA MOLTO

La revisione ha analizzato 14 studi osservazionali condotti in diversi Paesi, coinvolgendo oltre 11.000 persone, più di 5.000 delle quali affette da tumori gastrointestinali. Confrontando chi consumava le quantità più elevate di peperoncino con chi ne mangiava pochissimo, gli autori hanno osservato un aumento complessivo del rischio di tumori dell’apparato digerente.

Analizzando però i dati più in dettaglio emerge un quadro molto diverso da quello suggerito da molti titoli. L’aumento del rischio riguarda quasi esclusivamente l’esofago, dove risulta quasi triplicato nei grandi consumatori. Per lo stomaco è emersa soltanto una tendenza che non ha raggiunto la significatività statistica, mentre per il colon-retto non è stato osservato alcun aumento del rischio.

C’È UN DETTAGLIO CHE CAMBIA L’INTERA STORIA: DOVE SI VIVE

Uno degli aspetti più interessanti della revisione è che il rischio non appare uguale in tutto il mondo. Negli studi condotti in Asia, Africa e Nord America il consumo molto elevato di peperoncino è stato associato con maggiore frequenza al tumore dell’esofago. Negli studi europei e sudamericani, invece, questo segnale praticamente scompare e in alcuni casi il rischio appare addirittura inferiore.

È un dato che invita alla prudenza. Significa che il peperoncino, da solo, probabilmente non basta a spiegare il fenomeno. Entrano in gioco anche altri elementi, come le abitudini alimentari complessive, il consumo di alcol, il fumo, la genetica e lo stile di vita delle diverse popolazioni.

ASSOCIAZIONE NON SIGNIFICA CAUSA

Questo è probabilmente il messaggio più importante dello studio. Tutte le ricerche incluse nella revisione sono infatti osservazionali. I ricercatori hanno rilevato che chi consuma molto peperoncino sviluppa più frequentemente alcuni tumori, ma questo non dimostra che sia il peperoncino a provocarli.

Chi mangia molto piccante potrebbe, ad esempio, fumare di più, consumare più alcol o seguire un’alimentazione diversa. Sono tutti fattori che aumentano il rischio di tumore dell’esofago e che non sempre possono essere separati completamente dall’effetto del peperoncino. Gli stessi autori sottolineano che i possibili meccanismi biologici restano, almeno per ora, semplici ipotesi.

IL PARADOSSO DELLA CAPSAICINA

La ricerca riserva anche una sorpresa. La capsaicina, la sostanza responsabile del gusto piccante, negli studi di laboratorio ha spesso mostrato un comportamento opposto rispetto a quello osservato negli studi sulla popolazione. In diverse linee cellulari è stata infatti capace di rallentare la crescita delle cellule tumorali dell’esofago, favorirne la morte programmata e limitarne la capacità di diffondersi.

Come spesso accade in oncologia nutrizionale, ciò che avviene in una coltura cellulare non sempre si traduce nello stesso effetto nell’organismo umano, dove entrano in gioco dosi, metabolismo e molte altre variabili.

CHE COSA CAMBIA PER CHI MANGIA LA PASTA ALL’ARRABBIATA?

Probabilmente molto meno di quanto facciano pensare alcuni titoli. Gli studi che hanno evidenziato il rischio maggiore riguardano consumi quotidiani e particolarmente elevati di peperoncino, ben diversi dall’uso abituale che ne facciamo nella cucina italiana. Inoltre, proprio gli studi europei non hanno confermato lo stesso aumento di rischio osservato in altre aree del mondo.

Per questo gli esperti invitano a evitare conclusioni affrettate. Eliminare completamente il peperoncino dalla dieta, sulla base delle prove oggi disponibili, non avrebbe una solida giustificazione scientifica.

CONCLUSIONE

Il peperoncino è soltanto l’ultimo esempio di un meccanismo che si ripete continuamente nell’informazione sulla nutrizione. Ogni settimana un alimento viene promosso come miracoloso oppure messo sotto accusa come pericoloso.

La ricerca, invece, racconta quasi sempre una storia più complessa. Non basta chiedersi se un alimento faccia bene o faccia male. Bisogna chiedersi quanto se ne consuma, con quale frequenza, all’interno di quale stile di vita e sulla base di quali prove scientifiche.

È questa, forse, la lezione più importante dello studio: in nutrizione il vero protagonista non è quasi mai il singolo alimento, ma l’equilibrio dell’intera dieta.