Il duello tra due stelle divise da vent’anni, la Roja simbolo del bello senza l’incubo del possesso palla, l’Albiceleste compatta come una falange romana… La finale del Mondiale rappresenta il meglio che c’è
Balliamo sul mondo con le stelle. Balliamo con la Spagna che insegue il secondo Mondiale della sua rivoluzione culturale, da vecchie “furie rosse” a nuova eleganza del pallone. Balliamo con l’Argentina che sogna un uno-due incredibile, riuscito soltanto all’Italia di Pozzo negli Anni 30 e al Brasile di Pelé nei Sessanta. Balliamo con Messi, il più grande con Diego e Pelé, ma che per quei meravigliosi incroci del pallone dovrà sfidare un po’ sé stesso in Lamine Yamal: l’erede ha fretta di aprire la successione dopo aver incantato l’Europeo a diciassette anni. Balliamo con i due ct della porta accanto, De la Fuente e Scaloni, scienziati sì ma del buon senso, dei sentimenti, anche dei pianti liberatori, perché il calcio è emozione. Che il migliore si prenda il mondo, in questa notte stellata nel New Jersey.
filosofie opposte—
Due filosofie agli opposti. La Spagna simbolo del bel calcio tecnico e spettacolare, non più soffocato dall’obbligo del possesso come in Qatar. Con Lamine Yamal fin qui non eccelso, e in condizioni che sollevano qualche sospetto alla vigilia, s’è visto un collettivismo di gran classe nel quale i singoli si esaltano. Un “uno per tutti”, la squadra che migliora gli interpreti, contrapposto al collettivismo aggressivo e unitario dell’Argentina, un “tutti per uno”, cioè Messi, che può permettersi di scomparire a lungo ma poi di essere letale con gol oppure assist, come contro l’Inghilterra. Un cortocircuito storico: l’Argentina, scrisse Gianni Brera sulla finale 1930 con l’Uruguay, “gioca un calcio molto più fantasioso ed elegante, ma la tecnica superiore non basta a compensare la rinuncia alla tattica”. Una filosofia abbandonata dopo l’1-6 con la Cecoslovacchia a Svezia ’58, in cambio di un atteggiamento aggressivo e tattico. La Spagna al contrario era la nazionale delle “furie rosse” irriducibili prima che Aragones imponesse una nuova idea negli anni duemila, diventando così la Roja.
grande equilibrio—
L’Argentina è partita che era una bellezza, gli 8 gol ad Algeria, Austria e Giordania, la grande bellezza di Messi, tutto aveva un po’ illuso che nel destino ci fosse il Mondiale. Poi anche la Francia aveva cominciato a correre, mentre sembrava che la Spagna soffrisse dopo il pari con Capo Verde. Progressivamente la situazione si è rivoltata, spagnoli sempre più dominanti e vincenti, Austria, Portogallo, Belgio, fino al capolavoro con la Francia, argentini col coltello tra i denti per tutta l’eliminazione diretta fino all’ultimo minuto, non senza fortuna tra Capo Verde, Egitto, Svizzera e Inghilterra. Si direbbe Spagna favorita per l’intelligenza senza eguali nella gestione, per la consapevolezza mostruosa della superiorità. Ma l’Argentina che si tira fuori da qualsiasi baratro mortale, spingendo sul fondo il rivale, come in un film, non può non far paura. Chi sopravvive moltiplica le sue forze.
non solo messi-yamal—
Ineluttabile che i riflettori si accendano su Messi e Yamal: le stelle più splendenti alle quali chiedere un’altra finale più bella di sempre com’era stata Argentina-Francia nel 2022, decisa ai rigori non perché non si sbloccava ma perché s’era sbloccata tante volte, in un caleidoscopio di emozioni forse irripetibile, con Messi e Mbappé siderali. Sarebbe imperdonabile ridurre Spagna-Argentina a Sinner-Alcaraz. De la Fuente ha obbligato la Francia a snaturarsi, a girare a vuoto, a perdere verticalità con i suoi undici in movimento totale, Scaloni ha creato un blocco medio-difensivo che sa trasformarsi in una truppa d’assalto con due punte e Messi da centravanti a fantasista di destra come nel vecchio Barcellona. Probabile che Lautaro subentri a partita in corso, aggiungendosi al più tattico Alvarez e non sostituendolo, se si dovesse ricorrere all’assalto disperato. Un bel paradosso, finaliste senza 9 nel Mondiale dei 9.
i due ct migliori—
De la Fuente e Scaloni sono stati i più bravi. La Francia è caduta all’ultimo miglio, vittima forse di un offensivismo esagerato di Deschamps, l’Inghilterra sacrificata all’improvvisa paura di Tuchel e, andando indietro, la Germania è stata confusa dalle alchimie di Nagelsmann, mentre Ancelotti non ha trovato la chiave per dare un senso a un Brasile “toda tristeza”. De la Fuente e Scaloni non hanno sbagliato niente, correggendosi in corsa e in partita, lo spagnolo lanciando Porro e affiancando Dani Olmo al centravanti invisibile Oyarzabal, l’argentino convincendo la seconda punta a trasformarsi centrocampista di una testuggine romana nella quale Messi è la lama letale che spunta dagli scudi. Due pragmatici, non due guru. Sarà la notte della svolta epocale? Saremo infastiditi dal lungo intervallo all’americana? Il presidente Trump ruberà la scena come cerca di afferrare il mondo? Ma soprattutto: chi si prenderà il mondo? La risposta è scritta nelle stelle.
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