Un progresso che non basta
Entrare in ospedale per curarsi e uscirne con una nuova infezione è una delle paure più diffuse tra i pazienti. Una grande indagine nazionale pubblicata sul New England Journal of Medicine mostra che il problema si è ridotto, ma è tutt’altro che risolto. Nel 2023 i ricercatori hanno esaminato le cartelle cliniche di 13.653 pazienti ricoverati in 218 ospedali statunitensi: 355 persone, pari al 2,6%, avevano almeno un’infezione associata all’assistenza. Nel 2015 la quota era del 3,2%, con 394 casi tra 12.299 pazienti. In pratica, si è passati da circa un paziente su 31 a uno su 38. Nei 151 ospedali presenti in entrambe le rilevazioni, dopo aver corretto i dati per le differenze tra pazienti e strutture, il rischio risultava inferiore del 27%. La direzione è positiva, ma una probabilità più bassa applicata a milioni di ricoveri continua a produrre numeri enormi.
Cosa significa 518 mila
Applicando i risultati della rilevazione al totale dei ricoveri negli ospedali per acuti, gli autori hanno stimato circa 518.000 infezioni nel solo 2023, con un intervallo statistico compreso tra 494.500 e 542.000. È importante non confondere questo numero con 518.000 singoli pazienti: una stessa persona può sviluppare più di un’infezione. Lo studio è inoltre una fotografia di prevalenza, ottenuta scegliendo per ciascun ospedale una giornata tra maggio e settembre e verificando quali pazienti avessero un’infezione in quel momento. Non ha quindi contato uno per uno tutti i casi avvenuti durante l’anno, ma ha costruito una stima nazionale attraverso un metodo standardizzato. Il numero non descrive un’epidemia improvvisa: misura un rischio quotidiano, diffuso e spesso invisibile.
Non solo cateteri e bisturi
Quando si parla di infezioni ospedaliere si pensa soprattutto alle infezioni urinarie da catetere, a quelle del sangue legate ai cateteri venosi centrali, alle ferite chirurgiche o alle polmoniti associate alla ventilazione. Sono bersagli classici dei programmi di prevenzione, perché dispositivi e procedure possono aprire ai microrganismi una via d’ingresso. Eppure l’indagine mostra che circa il 60% delle infezioni individuate nel 2023 non era associato a un dispositivo o a una procedura. La nuova frontiera della sicurezza non consiste quindi soltanto nel posizionare correttamente un catetere o nel rimuoverlo appena possibile: occorre intercettare anche le infezioni che si sviluppano senza un legame evidente con interventi e apparecchiature. I germi possono diffondersi attraverso mani non igienizzate, strumenti utilizzati in modo scorretto o contatti tra pazienti, personale e visitatori. Tra i pericoli c’è anche il Clostridioides difficile, favorito dall’uso di antibiotici e capace di provocare diarrea, colite e, nei casi più gravi, sepsi.

La prevenzione è una catena
Ridurre queste infezioni non dipende da un singolo gesto, ma da una sequenza di azioni: igiene rigorosa delle mani, pulizia corretta degli ambienti e degli strumenti, utilizzo sterile dei dispositivi, sorveglianza delle ferite e prescrizione prudente degli antibiotici. Anche pazienti e familiari possono contribuire, chiedendo con serenità agli operatori di igienizzare le mani prima di toccare il malato o maneggiare un dispositivo e segnalando rapidamente febbre, arrossamento, dolore, diarrea o difficoltà respiratoria. Questo non significa trasformare il ricovero in una fonte di allarme: significa riconoscere che la sicurezza ospedaliera è un lavoro continuo, misurabile e condiviso. Il calo rispetto al 2015 dimostra che prevenire è possibile; le 518.000 infezioni stimate ricordano, però, quanto sia ancora lontano il traguardo.
Chea N., Li R., Eure T., Alkis Ramirez R., Nadle J., Lee J.E. et al. Health Care–Associated Infections in U.S. Hospitals, 2023 versus 2015. The New England Journal of Medicine, 2026;395(3):255–266. DOI: 10.1056/NEJMoa2510881.

