di
Marco Galluzzo

La premier sul caso Roggero: «Chi può giudicare la sua paura e il suo stress? Siamo sicuri esista un modo per misurare quando una minaccia è cessata?»

Sul caso del gioielliere Roggero, sul quale in tanti hanno più certezze che dubbi, schierandosi ora con i giudici che hanno condannato, ora contro le stesse toghe, colpevoli a giudizio di un’altra tifoseria, politica e non, di non aver assolto o di non aver compreso sino in fondo la dimensione umana e traumatica del caso, Giorgia Meloni sino ad ora è rimasta in silenzio. O quasi. Ma non per questo non si è fatta delle domande, e non coltiva, quantomeno degli interrogativi. Che ha condiviso con il Corriere.

Per la premier in primo luogo ci vorrebbe «maggiore considerazione» non solo per il caso singolo, ma su una fattispecie penale che si ripete più volte durante l’anno nel Paese, e sulla quale in molte circostanze «si possono ravvisare quelle che sia nella procedura di alcune grazie, sia nelle assoluzioni di tanta giurisprudenza, vengono chiamate come dinamiche dettate da disperazione delle vittime, di stress da esasperazione e dolore». La domanda che il suo partito sta portando avanti pubblicamente, in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, è la stessa: quella di cercare di capire perché per questo signore non sia stato debitamente valutato il particolare stato di squilibrio psichico.



















































Mario Roggero subì una rapina già nel 2015, fu malmenato e minacciato insieme alla moglie nel suo negozio, fu chiuso in uno stanzino, aveva dei precedenti, ma da vittima, che possono comporre il puzzle di una vicenda che è divenuta trauma, e che si è riattivata con la seconda rapina. Qualche giorno fa è stata assolta una donna che ha soffocato e ucciso la madre, che soffriva di Alzheimer. Per Meloni, alla luce anche di questo dato, esistono troppe disparità giurisprudenziali nel nostro Paese: «Chi è in grado di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest’uomo? E a tutti coloro che lo fanno senza il beneficio del dubbio, dico con serenità che sbagliano, perché tutti dovrebbero farsi qualche domanda in più».

Ovviamente per la premier questa vicenda racconta anche un trauma che si riattiva. È la scena della moglie minacciata di morte con una pistola alla testa a fare da detonatore: «Ma siamo sicuri — si chiede — che in quel momento fosse capace di intendere? Siamo sicuri che esista un modo per misurare con l’orologio o con il codice in mano quando una minaccia è cessata o meno, quantomeno per un uomo simile, che si è visto a un passo dalla morte, sua e dei suoi familiari, per ben due volte?».

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In questo contesto è «un errore credere che si possa distinguere in modo netto» il momento nel quale si era in pericolo da quello, esatto, nel quale il pericolo è cessato. E di conseguenza il momento nel quale cessa la difesa e inizia l’offesa. «Se si subisce un’aggressione, il nostro cervello e il nostro fisico entrano in modalità “combattimento”, esiste una ampia letteratura a riguardo che spiega come l’adrenalina modifica tutti i sensi, il corpo, la percezione. Accade perfino a professionisti che nella vita si occupano di sicurezza, figuriamoci a un comune cittadino».

Seguendo questo ragionamento, per Meloni, è più che possibile che il gioielliere avesse la percezione distorta proprio dall’adrenalina e che possa aver reputato il pericolo ancora in essere anche dopo che i rapinatori erano usciti dal negozio. E anche in termini logici, prosegue, chi può escludere che potessero rientrare per una nuova aggressione? E in termini generali, se uno ti sferra un pugno a sangue freddo e poi si ferma, tu puoi reputare cessato il pericolo? Perché «a Roggero viene contestato di non aver avuto il sangue freddo in un contesto di alto pericolo e stress, picchi emotivi che raramente si riescono a controllare perfino in reparti addestrati di tanti settori».

Meloni ha meno dubbi sul principio di proporzionalità, perché «non si possono dare 8 anni a dei pedofili o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere, c’è un problema di proporzionalità delle pene». E a proposito di esecuzione della pena, la premier chiarisce che è stata lei ad avallare che Nordio si attivasse, per istruire una pratica di grazia. «Ma certo, gli ho detto io di andare avanti, bisogna chiamare le cose con il loro nome, una cosa è il potere di concedere la grazia e nessuno ha mai messo in dubbio che questa prerogativa appartenga esclusivamente al Quirinale, ma ciò non vieta al Guardasigilli di istruire il procedimento».

Infine più che soddisfatta di aver cominciato l’iter di approvazione della norma che esclude la possibilità di ottenere un risarcimento civile a chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato. Indipendentemente dalle eventualità penali di chi ha reagito all’aggressione è una norma a tutela delle persone che come il gioielliere «vengono condannate due volte». Non solo perdendo familiari e libertà, ma anche il patrimonio costruito in una vita.


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19 luglio 2026 ( modifica il 19 luglio 2026 | 08:15)