di
Giacomo Fasola

Da tre anni un team di scienziati chiede di poter analizzare il Guerriero, simbolo della Regione Abruzzo, datato dagli archeologi al VI secolo avanti Cristo. Ricorsi e accuse incrociate con il ministero della Cultura

Dopo tante battaglie, il Guerriero di Capestrano ne deve affrontare ancora una, la più importante: quella per dimostrare anche agli scettici la sua autenticità. La statua più famosa d’Abruzzo, che compare anche nello stemma della Regione, è da tempo al centro di uno scontro fra il documentarista Alessio Consorte, convinto che si tratti di un falso creato negli anni Trenta del Novecento, e il ministero della Cultura. 

Dopo due pronunciamenti favorevoli del Tar, Consorte ha ottenuto di poter analizzare il Guerriero con il suo team di esperti. Ma il diavolo, si sa, può nascondersi nei dettagli: «Il ministero ha inserito nel Protocollo tecnico delle clausole per non consentirci di divulgare i risultati» denuncia. «Tutto condiviso con gli scienziati» è la risposta di Federica Zalabra, direttore regionale dei musei dell’Abruzzo.



















































Il ruolo del Fascismo

La storia moderna del Guerriero comincia nel 1934, quando a Capestrano, in provincia di Chieti, il contadino Michele Castagna s’imbatte in un grosso blocco di pietra mentre sta dissodando il suo terreno. Gli scavi in quella che era la necropoli dell’antica città di Aufinum portano alla luce diversi reperti, tra cui una statua calcarea alta oltre due metri che rappresenta un guerriero appartenente al popolo dei Vestini. Basandosi sullo stile, sul luogo del ritrovamento e su un’iscrizione, gli archeologi datano la statua al VI secolo a.C.: è la più antica statua monumentale dell’Italia preromana.
 
Quasi un secolo dopo, nel 2022, la Regione Abruzzo approva la legge che inserisce il Guerriero di Capestrano nel suo stemma ufficiale. A distanza di pochi mesi Alessio Consorte, giornalista, regista e divulgatore scientifico, presenta il documentario Il Guerriero mi pare strano, in cui raccoglie tutti i suoi dubbi sull’autenticità della statua. Secondo Consorte non risalirebbe al VI secolo a.C., ma sarebbe un falso realizzato poco prima del ritrovamento per ottenere un premio in denaro e poi «usato» dal regime fascista per comprovare la grandezza dei popoli italici. Una tesi respinta dalla comunità degli archeologi, che non ha mai messo in discussione la datazione del Guerriero.

Le anomalie del Guerriero

Consorte ha costruito la sua teoria mettendo insieme indizi di natura diversa: una lettera, emersa durante le sue ricerche, in cui l’archeologo vaticano Antonio Ferrua faceva riferimento a una truffa relativa al Guerriero; le presunte anomalie dell’epigrafe incisa sulla statua; le circostanze del ritrovamento; alcuni risultati, secondo lui sospetti, evidenziati dalle analisi chimiche svolte nel 2005 dal Cnr. In risposta il ministero della Cultura, responsabile della gestione e della tutela del reperto, diffida Consorte dall’utilizzo dell’immagine del Guerriero nella locandina del documentario.

Ne nasce una disputa legale che dopo quasi tre anni non si è ancora conclusa. Nell’ottobre 2023 il documentarista chiede di poter esaminare a sue spese la statua con il metodo XRF, una tecnica diagnostica non invasiva che permette di conoscere la composizione chimica di un materiale senza prelevarne campioni. Il ministero, con una lettera firmata da Zalabra, nega l’autorizzazione «perché tali indagini sono state già effettuate a più riprese». Consorte chiede allora di poterle consultare ma, dopo due pronunciamenti del Tar in suo favore, il commissario nominato per dirimere la questione certifica che negli archivi «non risulta essere presente la documentazione richiesta».

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Archeologia e diagnostica

Da qui la nuova richiesta di analisi e il nuovo scontro: «Il Protocollo tecnico-operativo ci vieta di divulgare i risultati delle indagini senza l’approvazione del ministero, un evidente tentativo di censura che viola la libertà di ricerca scientifica tutelata dalla Costituzione», dice Consorte, che ha depositato un altro ricorso al Tar. «Abbiamo dato l’ok alla proposta perché il team possiede competenze qualificate e, affiancato dai nostri esperti, potrà aggiungere informazioni preziose sul reperto» risponde Zalabra: «Il Protocollo è stato redatto dopo un tavolo con gli scienziati coinvolti e condiviso con loro».
 
Dietro lo scontro legale si cela anche un confronto tra due approcci allo studio dei beni culturali, quello della diagnostica scientifica e quello dell’archeologia. «Il mio interesse non è dimostrare qualcosa, ma effettuare delle analisi complete utilizzando le tecniche e gli strumenti più avanzati. In Italia la diagnostica è ancora poco considerata» dice Lorenzo Appolonia, chimico esperto di beni culturali e coordinatore del team di Consorte. «Studiare un reperto è un’operazione complessa che richiede competenze diverse» aggiunge Tilde De Caro, ricercatrice del Cnr: «All’estero esistono tanti musei con laboratori interni, in Italia no».

Ci tiene invece a sottolineare quanto già è stato fatto Oliva Menozzi, professoressa di Archeologia dell’Università di Chieti-Pescara e responsabile scientifica del progetto Ars, che dal 2024 ha avviato degli studi sulla statua. «Il gruppo coinvolto nelle analisi in corso è composto da numerosi studiosi che hanno esperienza ventennale, trentennale o addirittura quarantennale» rivendica, specificando che l’autenticità del reperto è «riconosciuta da tutta la comunità scientifica». Il Guerriero, intanto, assiste immobile agli eventi che lo circondano, come ha fatto negli ultimi 2.500 anni. Forse.  

19 luglio 2026 ( modifica il 19 luglio 2026 | 09:07)