Il delegato della Casa Bianca per i Mondiali, figlio dello storico sindaco di New York ed ex golfista pro’: “Nel caso Balogun abbiamo tutelato i contribuenti Usa. Ai giocatori iraniani garantite tutte le condizioni per competere. Il caro biglietti dipende dalla domanda alta”
Andrew Giuliani, trumpiano osservante, figlio d’arte ed ex golfista pro’, è il capo della Task Force della Casa Bianca per il Mondiale. Se papà Rudy è stato il mitologico sindaco-sceriffo di New York negli anni ‘90, anche il rampollo 40enne ha scalato il partito Repubblicano fino alla cima, al punto di sedersi adesso alla destra del presidente: ha coordinato la macchina organizzativa tra esaltazioni e controversie, sempre in contatto con Trump e seguendo il filo ben teso con Gianni Infantino.
Giuliani, siamo alla fine: che giudizio dà a questo Mondiale?
“È stato un successo enorme, il più grande evento sportivo internazionale mai organizzato. Abbiamo assistito alla leggenda di Messi, alla corsa al Pallone d’Oro con Mbappé, Haaland e Kane. Non è stato solo calcio, ma costume, cultura, economia: Boston e il New England hanno generato miliardi di dollari, i tifosi giapponesi hanno dato una lezione di rispetto, gli olandesi hanno colorato le città di arancione, Capo Verde ha sfiorato un’impresa. E penso anche ai nostri Stati Uniti: che squadra, dopo l’eliminazione sono rimasti in campo a ringraziare i tifosi e a pregare. Sono orgoglioso che abbiano rappresentato il Paese nel 250° anniversario della nazione. Peccato solo non ci sia stata l’Italia…”.
Le sono mancati gli azzurri?
“Spero tornino nel 2030, per me sarebbe stata la seconda squadra da tifare. Le mie radici italiane mi rendono orgoglioso: penso spesso al mio bisnonno, partito nel 1895 e sbarcato a Castle Garden, a sud di Manhattan. E c’è un simbolo calcistico che porto con me: Roberto Baggio. Fareste bene ad ascoltare il suo vecchio progetto per risollevare il calcio italiano, vi serve una figura come la sua. Baggio rappresenta lo spirito americano: è un uomo capace di caricarsi un intero Paese sulle spalle, quasi come un cowboy dei vecchi spaghetti western. Tutti ricordano il rigore sbagliato nella finale 1994, io ricordo soprattutto l’uomo che si è rialzato e ha continuato ad aiutare il suo Paese. È una lezione che vale nello sport e nella vita. Per questo ho amato Roberto da giocatore e lo ammiro ancora oggi, mentre è qui in Usa”.
“Straordinaria. La Spagna ha giocato un calcio incredibile, demolendo la Francia, ma quando hai Messi non puoi mai escludere nulla. È come Tiger Woods davanti a un putt decisivo: sai che lo metterà dentro. O Tom Brady con 2’ sul cronometro: vincerà la partita. O Michael Jordan con l’ultimo tiro a disposizione: o farà canestro lui stesso o troverà Paxton, Kerr o Pippen. Messi è questo, il genio. La finale sarà il più grande evento sportivo di sempre, una festa, e spero che si vada ai supplementari…”.
Dopo Usa ‘94, questo Mondiale cambierà davvero il rapporto tra il soccer e l’America?
“Ci sono ottime possibilità. Molto dipenderà dal lavoro della Mls, del commissioner Don Garber e dei proprietari dei club. Se penso ai progressi fatti dal 1994 a oggi, è davvero impressionante. Ora è il momento di diventare davvero una soccer nation”.
Questo sarà anche ricordato come un Mondiale di polemiche feroci, a partire dai visti negati all’Iran. Qual è la vostra posizione?
“Rispondo con un fatto: tutti i giocatori, gli allenatori e i membri dello staff dell’Iran che dovevano scendere in campo hanno ottenuto il visto. È stata una scelta della loro Federazione stabilire il quartier generale a Tijuana, Messico, anziché a Tucson, Arizona. Noi avevamo chiarito fin dall’inizio che, per la partita di Los Angeles, avrebbero potuto entrare negli Usa il giorno precedente e ripartire subito dopo la gara. Del resto, il volo da Tijuana a Los Angeles dura appena 27’, come un Firenze-Roma. Anzi, probabilmente, il tragitto in auto che la nazionale Usa percorreva ogni giorno dal ritiro di Orange County fino a Los Angeles era più lungo. Visto che tutto era andato bene, abbiamo anche concesso un giorno aggiuntivo prima della trasferta di Seattle. Insomma, abbiamo garantito loro tutte le condizioni per competere, volevamo che lo facessero come gli altri”.
I giocatori iraniani, però, sostengono di essere stati penalizzati.
“Provo anche dispiacere per quei giocatori. Sappiamo che spesso sono costretti a dire cose che non sceglierebbero liberamente. È già successo al Mondiale del 2022, quando inizialmente non cantarono l’inno nazionale e poi subirono fortissime pressioni. Noi siamo orgogliosi di aver garantito un’esperienza corretta e imparziale a tutte le 48 squadre”.
Lei ha partecipato al processo che ha portato alla sospensione della squalifica di Balogun. Non pensa sia stata un’ingerenza politica?
“Partirei da un punto: l’arbitro era già stato oggetto di un’indagine in Brasile per possibili irregolarità legate ai cartellini rossi. Inoltre, nell’episodio di Balogun è stata utilizzata una procedura Var che, a nostro giudizio, non avrebbe dovuto essere applicata. Era nostro dovere nei confronti dei contribuenti americani, che hanno investito miliardi di dollari in questo evento, garantire un Mondiale fondato sull’integrità. Considerando questi elementi e la filosofia del presidente Trump, basata sul fair play in campo e fuori, dovevamo agire. Rivendico pienamente quella decisione”.
Quella scelta ha finito per danneggiare gli Stati Uniti contro il Belgio?
“Faccio fatica a pensare che atleti di quel livello possano essere influenzati da una vicenda del genere. Sono professionisti preparati anche mentalmente. Hanno avuto una giornata storta, può succedere. Resto orgoglioso di tutti loro, a partire dal nostro Tillman che è un vero cecchino”.
Anche i tifosi più entusiasti, però, lamentano prezzi folli.
“Lo stesso presidente Trump lo aveva riconosciuto: i prezzi erano alti. Ma quando organizzi un evento di questa portata, la domanda supera di gran lunga l’offerta. Tutti volevano vivere questa esperienza in un’epoca d’oro degli Stati Uniti. È un po’ come la Costiera Amalfitana ad agosto, non è mai abbastanza. Di una cosa, però, sono particolarmente orgoglioso: insieme alla FIFA e a Bank of America abbiamo distribuito 4.547 biglietti a veterani, primi soccorritori e militari, oltre a 250 biglietti gratuiti per ogni partita della Nazionale americana”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA