CREMONA – È un omaggio alla città di Stradivari, è il racconto di un mondo, quello della liuteria, in cui le donne oggi hanno una loro non scontata cittadinanza. Ma è anche un curato ed elegante spot per Cremona, la conferma internazionale di come la città si leghi indissolubilmente alla sua tradizione liutaria, al mito dei grandi artigiani del XVI e XVIII secolo e all’unicità dei loro eredi nel XXI.
Tutto ciò si trova ne ‘Una liutaia’ di Alessandro Soetje, documentario prodotto da Alpenway Media GmbH in coproduzione con ZDF e ARTE, che sceglie di guardare la tradizione liutaria da una prospettiva inconsueta: quella di una donna. Protagonista è Bénédicte Friedmann, francese di Reims, arrivata a Cremona nel 1999 per imparare l’arte della costruzione del violino e rimasta per trasformare un sogno in una professione, oggi vicepresidente del Consorzio Stradivari. Il film segue la nascita di uno strumento destinato a un violinista francese, Quentin Moulard, dalla scelta del legno nelle foreste della Val di Fiemme fino alla prima prova in sala da concerto, intrecciando il racconto del lavoro con quello di una donna che ha dovuto conquistarsi credibilità in un ambiente ancora oggi prevalentemente maschile.
Come nasce l’idea del documentario?
«In origine il regista Soetje voleva raccontare diverse donne liutaie. Poi, durante le riprese, il progetto si è trasformato e la storia si è concentrata sulla mia esperienza».
In una scena del trailer entra un cliente che cerca ‘il liutaio’ e lei risponde semplicemente: ‘Sono io’. Quel pregiudizio persiste?
«Sì, meno di un tempo. Rimane l’idea che il liutaio sia un uomo. Per una donna che lavora da sola è ancora complicato conquistare autorevolezza. Molte colleghe lavorano insieme al marito o al padre e vengono identificate attraverso quella figura. Quando invece hai una bottega tua devi dimostrare qualcosa in più, farti conoscere, conquistare la fiducia dei musicisti e dei clienti. Anche nelle fiere capita ancora di percepire questa differenza».
Eppure oggi la presenza femminile nella liuteria sta crescendo.
«Moltissimo. Quando sono arrivata a Cremona, nel 1999, le ragazze erano davvero poche. Oggi, collaborando con la Scuola internazionale di liuteria nei percorsi di PCTO, vedo classi dove le studentesse sono addirittura più numerose dei ragazzi. Mi piace pensare che sia il segno di un cambiamento culturale che sta finalmente maturando».
La sua storia, però, nasce molto prima di Cremona.
«Nasce da bambina, quando studiavo il violino. Mi affascinava lo strumento prima ancora della musica. Lo osservavo, cercavo di capire come fosse costruito, lo annusavo perfino. Ero incuriosita dalla sua materia. Mi rendevo conto che molti musicisti conoscevano poco lo strumento che avevano tra le mani, perché erano concentrati sull’esecuzione. Io invece volevo capire come nascesse quel suono».
Quando ha capito che il suo posto non era sul palcoscenico ma in bottega?
«Verso i sedici anni. Mi sono accorta che la carriera concertistica, fatta di concorsi, audizioni e concerti, non corrispondeva al mio carattere. Era una vita che mi procurava uno stress continuo. Allora ho pensato che potevo vivere il violino in un altro modo: costruendolo».
Prima di arrivare a Cremona ha scelto di completare gli studi in Francia.
«Sì, perché desideravo arrivare qui con una formazione completa. Mi sono laureata in musicologia e diplomata in violino e viola. Non volevo essere soltanto un’artigiana, ma avere anche gli strumenti culturali per dialogare con i musicisti. Poi sono arrivata a Cremona e ci sono rimasta. Era il luogo dove potevo realizzare davvero il mio progetto di vita».
Il documentario segue la nascita di un violino destinato a un violinista francese. Quanto c’è di costruito e quanto di reale?
«È tutto reale. Quel musicista era arrivato davvero nella mia bottega cercando il violino della sua vita. Il film racconta il nostro incontro, il viaggio nella Val di Fiemme per scegliere il legno, i mesi di lavoro in laboratorio e infine il momento della consegna. Sentire per la prima volta uno strumento appena terminato nelle mani del musicista è sempre un’emozione difficile da raccontare».
Le riprese sono durate diciotto mesi. Un tempo molto lungo.
«Sì, e credo che sia stato importante. Un film, come un violino, ha bisogno del suo tempo. Quando inizi un lavoro e quando lo concludi non sei più la stessa persona. Anche il regista lo dice spesso: dopo diciotto mesi non era più l’uomo che aveva iniziato il progetto. È un percorso che cambia chi lo vive».
Com’è stato vedersi raccontata attraverso lo sguardo di un altro?
«All’inizio non è stato facile. Nessuno ama ascoltare la propria voce o vedersi sullo schermo. Però il regista aveva una straordinaria capacità di ascolto e una sincera ricerca dell’autenticità. Non voleva costruire un personaggio, ma raccontare una persona e un mestiere. E anche la musica composta per il documentario contribuisce a creare quell’atmosfera che appartiene davvero al lavoro del liutaio. Così, alla fine, sono felice di aver accettato».
