di
Pietro Keller Cassetti
L’associazione bresciana Rinascimento Culturale è andata a trovare l’uomo che da quarantasette abita isolato: ha reciso definitivamente i contatti col paese di Ardesio ventitré anni fa, anche a causa di episodi di bullismo
Si alza «appena vien chiaro»; poi, dopo la colazione a base di marmellata, formaggio e prosciutto, controlla le pecore e sistema la stalla; d’inverno taglia la legna e alimenta il fuoco, d’estate si dedica soprattutto all’orto. «Faccio quello che c’è da fare, insomma». In seguito però, quando ha terminato le necessità più urgenti, si dedica ad un sorprendente ozio creativo: studia i funzionamenti degli oggetti e lavora per migliorarli – anche attraverso la consultazione di vecchi libri – scrive poesie in bergamasco, progetta le celebrazioni del prossimo “zenerù”. D’inverno, alle 17.30, in mancanza di luce elettrica (e, se è per questo, anche di gas, acqua corrente e riscaldamento) sulle montagne della Val Seriana scendono le tenebre e la giornata finisce: e poi ricomincia, quasi del tutto invariata. Da quarantasette anni questa è la vita di Flaminio Beretta, il pastore eremita eppure celeberrimo di Ardesio, provincia di Bergamo. L’ha raccontata l’associazione bresciana Rinascimento culturale, che è andata a trovarlo nella sua baita lo scorso inverno.
Flaminio, 78 anni, che da quarantasette abita nella stessa casa e conduce la stessa vita, ha reciso definitivamente i contatti col paese di Ardesio ventitré anni fa. Le ragioni del suo primo abbandono della comunità, avvenuto nel 1972, quando aveva solo ventiquattro anni, restano poco chiare. «Avevo iniziato a fare il fotografo. Poi un martedì di fine agosto mi hanno cacciato di casa», dice rispondendo all’intervistatore. «Così per sette anni ho girovagato in cerca di greggi e di pastori che mi accogliessero. Alla fine ho scelto di tornare e di stabilirmi qui, e mettermi a fare il contadino». In parte, questa decisione potrebbe essere stata causata da episodi di bullismo e marginalizzazione sociale vissuti in gioventù. «Per anni hanno continuato a farmi dei dispetti. Mi bruciavano il fieno, mi accusavano di malefatte. Erano in sette: quattro sono morti, gli altri tre vivono ancora in Paese».
Da quel momento la vita di Flaminio si è basata sul principio di un’autosufficienza estrema. Quasi tutto, in casa sua, l’ha realizzato con le sue mani: dagli utensili per il lavoro alle grosse coperte di lana in cui dorme, ai vestiti di pelle di pecora. Alcune sono delle vere e proprie invenzioni: uno strumento per affilare la falce, un originale filatoio per la lana, freni artigianali per gli sci, uno scacciamosche. La maggior parte di ciò di cui ha bisogno per mangiare lo produce da sé; il resto lo baratta o lo ricava «dal mio unico amico, Antonio Delbono. È stato anche sindaco di Ardesio». Fra i doni di chi viene a trovarlo, oltre al cibo e ai vestiti, anche il vino. «Una volta bevevo fino a un litro e mezzo al giorno. Nella mia vita 400 damigiane tutte le avrò fatte passare!».
I problemi di salute non lo hanno risparmiato. L’ultima volta che Flaminio è andato del medico, però, è stato…tre decenni fa. «Mi ero ammalato, avevo la nevrite. Una mattina non riuscivo a respirare e sono svenuto. Adesso sono tre anni che ho la cistite, ma la curo da solo, con le radici di gramigno!».
L’unico vero momento di contatto fra Ardesio e Flaminio avviene negli ultimi giorni di gennaio, durante la festa della “scasada de lo zenerù”. Si tratta di un rito celtico di tradizione millenaria, che culmina nel rogo catartico di un pupazzo simboleggiante, appunto, il mese di gennaio. Oltre cinquant’anni fa, quando Flaminio era già un eremita, del rito si era persa quasi completamente la memoria. «Eravamo in sette o otto a festeggiarlo. Un anno giunse anche una troupe della Rai, ma lo zenerù sembrava destinato a scomparire. Così decisi di ingegnarmi a progettare un grande pupazzo che potesse attirare più persone, anche giovani. Da quel momento i numeri cominciarono a crescere, oggi vengono 3.000/4.000 persone». In quei pochi giorni, Flaminio diventa la star del Paese. La sua vecchia casa è stata adibita a spazio museale dedicato al rito. «Ma io non posso più entrarci perché non ho le chiavi. Mi piacerebbe rivederla un giorno».
Da quando Flaminio si è ritirato fra le montagne, il paese e il mondo intorno a lui sono molto cambiati. «Una volta non si stava neanche così male. Ogni sabato in paese c’erano osterie aperte, canti e balli. Io spesso scendevo e mi univo a loro. Mi sentivo amico di tanti. Oggi non si vede e non si sente più nessuno».
«Siete bergamaschi o italiani?» Flaminio accoglie con una battuta la troupe di Rinascimento culturale che è venuta a fargli visita. La sua vita è un paradosso: riservata al limite dell’eremitico, quasi del tutto autosufficiente; al tempo stesso investita da una notorietà non voluta, e velata di una certa malinconia per il passato e per ciò che non è stato. La sua esistenza appartata è in realtà forse l’espressione più collettiva della comunità di Ardesio e delle sue tradizioni. «Mi facevano passare per una persona che faceva del male a tutti. Mi hanno fatto tante cose che non me la sento di raccontare. Ora forse l’hanno capito, c’è sempre tempo per imparare, è quello che mi ripeto sempre io». E perché allora non torna in paese? «Scendere vorrebbe dire che ogni volta dovrei lavarmi e cambiarmi!», sorride. «No, là non ci torno!».
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18 luglio 2026 ( modifica il 19 luglio 2026 | 09:55)
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