PADOVA Il 18 novembre 2023 segna uno spartiacque nella storia recente italiana. C’è un prima e un dopo quel giorno, quando il corpo di Giulia Cecchettin viene ritrovato in un anfratto fra Barcis e Piancavallo, in provincia di Pordenone, a una settimana dalla sua scomparsa. L’assassino della ventiduenne è l’ex fidanzato Filippo Turetta, che verrà definitivamente condannato all’ergastolo il 14 novembre 2025. Il caso scuote dalle fondamenta il Paese grazie alla resilienza del padre Gino e al “J’accuse” della sorella Elena, che accende i riflettori sui temi del patriarcato e della violenza di genere, innescando un dibattito culturale e politico al grido di “Per Giulia bruciate tutto”.
LA MISSIONE
A quasi tre anni da quella tragedia, la memoria di Giulia e il desiderio della sua famiglia di trasformare il dolore in una missione civile diventano il cuore del film Se domani non torno. Liberamente ispirata al libro di Gino Cecchettin, Cara Giulia, l’opera targata Notorious Pictures è stata diretta da Paola Randi, che ne firma la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. Le prime clip sono state presentate in anteprima al Giffoni Film Festival: l’uscita nelle sale è fissata il 5 novembre.
Ad aprire l’evento è stato proprio Gino, che nel lungometraggio sarà impersonato dal perugino Filippo Timi. «Sentiamo di avere una responsabilità civile e crediamo che questo sia un modo per farla arrivare a tutti. Inoltre, non volevamo che il dolore vissuto fosse restituito in maniera non opportuna», spiega il padre di Giulia. «Sento spesso parlare le persone della storia di mia figlia riferendosi alle ultime due ore della sua vita. Ma Giulia non è solo la sua tragedia. La sua vita è durata 22 anni, durante i quali ha scelto di autodeterminarsi, pagando con la sua vita. Quest’opera è il modo migliore per renderle onore».
Accanto a lui, oltre a Paola Randi, siedono Sabrina Martina, che interpreterà Giulia, Tecla Bossi, che sarà Elena Cecchettin, e Tommaso Allione, scelto per il ruolo del fratello Davide. «Quando sono stata chiamata a dirigere questo film, ero preoccupata dalla grossa responsabilità. Dovevo trovare una chiave di raccordo per riuscire ad essere utile», racconta la regista.
«Dopo aver letto il libro di Gino, abbiamo capito che l’assenza doveva essere il fulcro del nostro lavoro. Questa mancanza ci ha permesso di seguire i passi di una famiglia in lutto, di mostrare ciò che non veniva ripreso dalle telecamere e che li ha portati a tradurre un dolore privato in impegno civile».
Come per ogni film ispirato a una vicenda realmente accaduta, la scelta dei protagonisti è stata uno snodo fondamentale, una chiave d’accesso per riuscire ad intercettare le emozioni del pubblico. «Abbiamo fatto 600 provini. Non siamo corsi dietro al tentativo di imitare, ma abbiamo cercato persone che potessero far rivivere un’emozione, un ricordo», confessa Randi. «La ricerca di Giulia è stata lunghissima, poi è arrivata Sabrina. Aveva una luce che ci sembrava fosse quella giusta. Tecla, invece, è un’esordiente, ma incarna il potere rivoluzionario della gioventù. Una delle cose che mi ha sempre colpito di Elena è la sua determinazione non violenta».
IL FENOMENO
Visibilmente emozionata e consapevole del peso sulle sue spalle, Sabrina punta l’attenzione sulle dinamiche che permeano la violenza di genere, perché «il femminicidio non accade in un secondo o in un’ora. È un fenomeno lungo e per questo ne va scardinata la processualità. Creare una rete di dialogo forma la consapevolezza che non lo faccio solo per me, ma per tutte noi».
A farle eco, spalla a spalla, è Tecla, sua sorella sul set. «Elena ha parlato per la prima volta in diretta televisiva di femminicidio, dando alle cose il proprio nome». Una questione quantomai attuale, perché «spesso leggiamo sui giornali ancora termini inappropriati come “povera ragazza”. Il fatto che una donna così giovane ne abbia discusso in maniera tanto lucida, ha stravolto un linguaggio che esprime un modo di pensare».
Nessuno spazio sarà invece riservato alla figura di Filippo Turetta, volutamente oscurato perché «questa è un’opera sulla famiglia, non sull’assassino», rivendica Randi, che poi parla già ai futuri spettatori. «Vorrei che di questo film rimanga un respiro. Sarà il nostro modo di fare rumore. Poi, passeremo il testimone».