L’istrionico romeno, primo n.1 Atp: “Non cercavo quel record, ma nessuno me lo toglierà”
Giornalista
20 luglio – 08:32 – MILANO
Buon compleanno, Ilie. Ottant’anni (compiuti ieri) sempre al centro del villaggio del tennis, da giocatore e poi da leggenda vivente con la lingua tagliente. Nastase è stato un campionissimo, ma anche un artista, un istrione, uno showman. Lo chiamavano “Nasty”, cattivo, un gioco di parole fin troppo facile, con quel cognome. Con le battute, gli aneddoti e le sceneggiate di Ilie Nastase si potrebbe riempire un libro, come quando ai poliziotti cui stava denunciando il furto della carta di credito spiegò che il ladro stava sicuramente spendendo meno di sua moglie; ma il suo essere personaggio non ha certo offuscato le enormi qualità con una racchetta in mano.
Ilie, ottant’anni da icona del tennis. Come li ha festeggiati?
“Sono in vacanza in Turchia, a farmi un po’ di mare. Sono felice, perché nella vita ho fatto quello che mi piaceva di più. E poi c’è una cosa che nessuno potrà togliermi: sono stato il primo numero uno della classifica quando è stato introdotto il ranking computerizzato, anche se io ho sempre giocato per divertirmi. È vero, nel 1973 ero sicuramente il più forte del mondo, però non inseguivo a tutti i costi il primato. Per questo non ho rimpianti”.
Ma nell’eterno dilemma tra diventare numero uno o vincere gli Slam, lei dove si colloca?
“Per fortuna sono riuscito a ottenere entrambi gli obiettivi. Di solito le due cose camminano insieme: se fai grandi risultati, sali in classifica. Ma a un giocatore sostanzialmente interessa vincere”.
A proposito di numeri uno, si aspettava che Sinner potesse riprendersi così in fretta tra Parigi e Wimbledon?
“Bisognerebbe essere nella sua testa per capire cos’è successo al Roland Garros. Però la sua carriera parla per lui: quando è andato in difficoltà, poi ne è riemerso più forte. In questo momento è il migliore, e credo che rispetto agli altri abbia una qualità che lo rende davvero diverso: la straordinaria solidità mentale. E poi sono impressionato dai suoi miglioramenti al servizio, ormai è un battitore fenomenale”.
Roma mi ha accolto quando ho cominciato ma contro Panatta la gente mi tirava i panini…
Ilie Nastase
Alcaraz sta per rientrare, finalmente si rinnoverà la loro straordinaria rivalità.
“Vedremo in che stato di forma ritroveremo Carlos, ma certamente i grandi duelli sono l’essenza dello sport. Sinner e Alcaraz hanno dimostrato che il tennis è sempre in grado di andare oltre se stesso e di proporre personaggi sempre nuovi. Però…”.
“Io sono innamorato di Alcaraz. Non è soltanto una questione di stile di gioco, mi piace perché ha sempre il sorriso sulle labbra qualunque cosa sia successa in campo. È l’esempio più bello di cosa voglia dire amare il proprio sport. Anche adesso mi avvicinano i genitori di ragazzi che giocano a tennis e mi dicono “siamo contenti perché ai nostri figli piace”. E io rispondo: “Se a loro piace e basta, probabilmente non diventeranno campioni. Devono amarlo, allora forse potranno costruire qualcosa””.
Ha detto di non avere rimpianti, però le tre sconfitte in finale di Coppa Davis bruciano ancora…
“La Romania eravamo io e Tiriac. E basta. Gli Stati Uniti, che ci hanno battuto tutte e tre le volte, potevano mettere in campo cinque squadre. E poi nelle prime due occasioni, nel 1969 e nel 1971, c’era ancora il Challenge Round, quindi andavi a giocare in casa dei campioni in carica che erano già direttamente qualificati”.
Nel 1972 però giocaste in casa, e Tiriac non le ha mai perdonato di esserci arrivato non proprio in formissima.
“Ero reduce da un viaggio lunghissimo in America, perché allora per guadagnare bene dovevi giocare tanti tornei. Ma troncai subito la discussione: se non fosse stato per me e le mie vittorie nei turni precedenti, non sarebbe mai arrivato in finale…”.
A proposito di guadagni: cosa pensa delle rivendicazioni economiche dei giocatori contro gli Slam?
“Hanno ragione, senza i giocatori non esisterebbe lo show ed è giusto che debbano avere un riconoscimento economico maggiore. Il tennis è diventato uno sport popolare in tutto il mondo e attira grandi sponsor, perciò il business deve per forza coinvolgere i giocatori. Se pensa che prima di noi, fenomeni come Laver e Rosewall giocavano gratis… E infatti sono passati al professionismo. Poi i più forti della mia generazione hanno creato l’Atp e abbiamo cominciato a guadagnare buone cifre. Ma forse è stato meglio che ai miei tempi non girassero troppi soldi: li avrei spesi tutti in multe…”.
Ha sentito? Vorrebbero abolire il doppio. E pensare che lei lo giocava con Connors: il numero uno e il numero due del mondo.
“Quando arrivai sul circuito, chiesi consiglio a Roy Emerson su cosa dovessi fare per allenarmi al meglio. Lui mi rispose che avrei dovuto semplicemente giocare singolare, doppio e doppio misto. E lo seguii alla lettera. Capisco che non si possa più fare, ma cercherei qualche soluzione. Comunque Connors ed io giocavamo il doppio senza allenarci mai insieme: lo facevo impazzire, gli giocavo le palle corte, lui perdeva e si arrabbiava. “Ilie, se mi alleno con te mi sembra di essere scarso”: e andava su un altro campo”.
L’Italia è sempre stata nel suo cuore.
“Mi ha accolto quando ho iniziato la carriera da professionista, Panatta e Bertolucci sono cari amici. È vero, quando giocavo a Roma contro un italiano mi tiravano i panini, ma io li raccoglievo e li mangiavo. Oppure le monetine, e me le mettevo in tasca. In fondo, credo mi apprezzassero per quello che ero. Insomma, alla fine volevano che facessi il film. Ecco, se dovessi cambiare qualcosa nel tennis di oggi, lascerei i giocatori più liberi di esprimersi. Come facevo io”.
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