All’ospedale Maggiore della Carità di Novara, un’équipe di ginecologi e anestesisti ha rimosso con successo un tumore ovarico del peso record di 15 chilogrammi da una paziente di 66 anni, ricorrendo a una tecnica innovativa che ha consentito di mantenere la donna sveglia per tutta la durata dell’intervento, durato tre ore.
La doppia sfida: il tumore gigante e la tromboembolia
La paziente si era presentata nella struttura piemontese circa cinque settimane prima dell’intervento con un massiccio incremento del volume addominale. La tac aveva rivelato una tumefazione ovarica solido-cistica di circa 40 centimetri, che occupava interamente la cavità addominale, comprimendo gli organi interni e i grandi vasi sanguigni, tra cui la vena cava inferiore.
La pressione esercitata dalla massa aveva causato una tromboembolia polmonare, che rendeva impossibile un intervento immediato, si legge in una nota del gruppo ospedaliero di qualche ora fa. L’équipe della medicina interna 2, diretta dal professor Mauro Campanini, ha somministrato una terapia mirata per risolvere la trombosi, monitorando la paziente per individuare il momento ideale per l’operazione.
L’èquipe al completoPaziente sveglia: la scelta dell’anestesia peridurale
Una volta risolta la complicanza trombotica, l’anestesia generale restava comunque un’opzione ad alto rischio. Come spiega la dottoressa Francesca Bertoldo, anestesista dell’équipe: “L’anestesia generale avrebbe comportato un rischio cardiovascolare troppo elevato. La massa esercitava già una pressione enorme sulla vena cava inferiore; addormentare completamente la paziente e sottoporla a ventilazione meccanica avrebbe potuto causare un crollo drastico e fatale della pressione sanguigna”.
La soluzione adottata dalla dottoressa Bertoldo e dagli anestesisti del polo materno-infantile, guidati dalla dottoressa Raffaella Buscaglia, è stata l’anestesia peridurale: un catetere, simile a quello usato per l’analgesia del parto, ha addormentato solo la parte inferiore del corpo, mantenendo la stabilità emodinamica.
I chirurghi hanno operato con una tecnica minimamente invasiva: tramite un piccolo taglio hanno identificato la porzione liquida della formazione e l’hanno svuotata con un ago speciale, progettato per evitare la dispersione del liquido nell’addome. Ridotto il volume del tumore, hanno poi ampliato l’incisione per asportare la massa.
“Abbiamo dialogato costantemente con lei”
L’équipe chirurgica della struttura di ginecologia e ostetricia, diretta dal professor Valentino Remorgida, era guidata dalla professoressa Daniela Surico, responsabile della ginecologia oncologica, con il dottor Michele Giana e le dottoresse in formazione Agnese Volpicelli e Francesca Napoli.
La professoressa Surico ha sottolineato le difficoltà principali dell’operazione: “Il momento più delicato è stato la rimozione di tutte le aderenze che la massa aveva sviluppato con gli organi vicini, in particolare la vescica e l’intestino. Inoltre, quando si asporta un tumore di queste dimensioni, gli organi interni e i grandi vasi sanguigni subiscono un improvviso cambio di pressione che può destabilizzare il cuore”.
La paziente è rimasta vigile e cosciente per tutta la durata dell’intervento, interagendo costantemente con il team medico. “Dal punto di vista emotivo, la paziente è stata straordinaria: è rimasta vigile per tutto il tempo, avvertendo solo una sensazione di ‘pressione’ ma nessun dolore. Abbiamo dialogato costantemente con lei per rassicurarla, trasformando una situazione di estrema tensione in un momento di grande collaborazione umana e clinica”, ha dichiarato la dottoressa Bertoldo. Il decorso postoperatorio non ha presentato complicanze e la donna è tornata a casa dopo otto giorni.
Il contesto: i tumori ovarici in Italia
I tumori ovarici colpiscono ogni anno oltre 5.400 donne in Italia, circa il 3% di tutte le neoplasie femminili, e rappresentano il tumore ginecologico a maggiore letalità. Nell’80% dei casi la diagnosi è tardiva: l’assenza di test di screening efficaci e la presenza di sintomi iniziali aspecifici — come gonfiore addominale persistente, sazietà precoce, stipsi e disturbi urinari — portano spesso a confondere la malattia con problematiche gastroenterologiche.
Il professor Remorgida ha commentato il risultato ottenuto: “Questo intervento rappresenta la sintesi perfetta di ciò che la nostra struttura universitaria deve saper fare: coniugare l’assistenza medica di altissimo livello con la formazione sul campo dei giovani medici. Questo risultato conferma che l’Ospedale Maggiore della Carità di Novara e l’Università del Piemonte Orientale sono un punto di riferimento nazionale per l’oncologia ginecologica complessa”.