C’è una domanda che tutti, prima o poi, si fanno.
Dopo aver dimenticato un nome. Dopo essere entrati in una stanza senza ricordare perché. Dopo aver visto un familiare convivere con l’Alzheimer.
“E se un giorno succedesse anche a me?”
Fino a oggi la medicina poteva rispondere solo quando la malattia aveva già lasciato i primi segni nel cervello oppure ricorrendo a esami complessi come la PET cerebrale o la puntura lombare.
Ora, per la prima volta, un semplice esame del sangue potrebbe aggiungere qualcosa di nuovo.
Non una diagnosi certa.
Non una previsione infallibile.
Ma una stima scientifica del rischio di sviluppare un declino cognitivo negli anni successivi.
È questo il risultato di uno studio internazionale pubblicato su JAMA e presentato all’Alzheimer’s Association International Conference di Londra.

LA RIVOLUZIONE NON È TROVARE L’ALZHEIMER. È STIMARNE IL RISCHIO
Il protagonista della ricerca si chiama p-tau217.
È un biomarcatore presente nel sangue che riflette uno dei processi biologici tipici della malattia di Alzheimer.
Fin qui potrebbe sembrare una notizia destinata agli specialisti.
In realtà la novità è un’altra.
Misurando questo biomarcatore, i ricercatori sono riusciti a stimare la probabilità che una persona oggi perfettamente lucida possa sviluppare un deterioramento cognitivo nei successivi 2, 5 o 10 anni.
È un cambiamento profondo.
Per molti anni la medicina ha cercato di capire se la malattia fosse già presente.
Oggi sta cercando di capire quanto è probabile che compaia in futuro.

UN NUMERO AL POSTO DELL’INCERTEZZA
Lo studio ha coinvolto 2.705 adulti cognitivamente sani, seguiti fino a tredici anni.
I risultati sono stati particolarmente significativi.
Le persone con i livelli più elevati di p-tau217 presentavano una probabilità stimata di sviluppare un declino cognitivo del 39% entro cinque anni e del 63% entro dieci anni.
Chi aveva valori moderatamente aumentati mostrava un rischio intermedio, mentre i soggetti con livelli più bassi avevano probabilità decisamente inferiori.
Per la prima volta un semplice prelievo di sangue non dice soltanto se esistono segni biologici compatibili con l’Alzheimer.
Permette di attribuire un numero al rischio futuro.

CHE COSA CAMBIA DAVVERO
La domanda nasce spontanea.
Se oggi possiamo stimare il rischio con un esame del sangue, significa che sta cambiando anche il modo di affrontare l’Alzheimer?
La risposta è probabilmente sì.
Il test p-tau217 è nato come strumento di ricerca, ma ha appena ottenuto la marcatura CE e si prepara a entrare progressivamente nella pratica clinica europea.
Nei prossimi mesi potrà diventare un importante supporto per gli specialisti nella valutazione dei pazienti con sospetto deterioramento cognitivo, offrendo un esame molto meno invasivo rispetto alla PET cerebrale o alla puntura lombare.
Ma il cambiamento più importante riguarda il futuro.
Negli ultimi anni sono stati sviluppati farmaci diretti contro la beta-amiloide che hanno mostrato benefici soprattutto nelle fasi iniziali della malattia. Il loro ruolo è ancora oggetto di valutazioni regolatorie e organizzative in diversi Paesi, Italia compresa.
Una cosa, però, appare già evidente.
Se le nuove terapie funzionano soprattutto quando il danno cerebrale è ancora limitato, diventa fondamentale riconoscere la malattia il più precocemente possibile.
Ed è proprio qui che biomarcatori come il p-tau217 potrebbero cambiare la storia naturale dell’Alzheimer.
Quello che questo esame non può ancora dire
Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza.
Il test non rappresenta una sentenza.
Un valore elevato non significa che una persona svilupperà inevitabilmente la demenza, così come un valore normale non garantisce una protezione assoluta.
Età, patrimonio genetico, condizioni di salute e numerosi altri fattori continuano a influenzare il rischio individuale.
Inoltre serviranno ulteriori studi per definire con precisione come utilizzare questo biomarcatore nella pratica clinica quotidiana e quali persone potranno trarne il maggiore beneficio.
Una medicina che prova ad arrivare prima
Per molti anni la diagnosi dell’Alzheimer è arrivata quando la malattia aveva già iniziato il suo lavoro silenzioso.
Oggi la ricerca sta cercando di spostare quella diagnosi sempre più indietro nel tempo.
Non per soddisfare una curiosità sul futuro.
Ma perché le nuove terapie avranno tanto più valore quanto prima riusciremo a identificare le persone che potranno beneficiarne.
Le nuove terapie hanno bisogno di nuove diagnosi.
E forse è proprio questa la vera rivoluzione raccontata da questo studio.
La medicina del futuro non sarà quella che curerà meglio l’Alzheimer. Sarà quella che riuscirà a riconoscerlo prima che rubi i ricordi.