Una delle testimonianze simbolo di quanto accadde alla scuola Diaz di Genova nella notte tra il 21 e il 22 luglio di venticinque anni fa è quella di Lorenzo Guadagnucci, giornalista per molti anni al Quotidiano Nazionale ed editorialista di Altreconomia. Nel 2001 era arrivato a Genova nel suo giorno libero, non come inviato del giornale, per partecipare alle iniziative organizzate in occasione del Genoa Social Forum.

Genova 2001, il video dell’irruzione della Polizia nella scuola Diaz 

Guadagnucci si ritrovò suo malgrado coinvolto nei “fatti della Diaz”. L’irruzione della polizia, poi definita dal vicequestore Michelangelo Fournier una macelleria messicana, interessò il complesso scolastico formato dalla Pertini, trasformata anche in dormitorio per i manifestanti, e dalla Pascoli, dove si trovavano il media center e i servizi legali e sanitari del Genoa Social Forum. Guadagnucci fu picchiato, trasportato in ospedale e arrestato sulla base di accuse che si sarebbero rivelate infondate.

Negli anni successivi è stato tra i protagonisti della battaglia per accertare la verità su quella notte. Nel 2002 pubblicò Noi della Diaz, racconto in forma di diario dell’irruzione e dei giorni successivi. Nel luglio 2026 è uscito Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova, nel quale torna sul movimento nato intorno al vertice, sulla repressione, sui processi e sull’eredità politica di quelle giornate. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha successivamente qualificato come «tortura» le violenze subite alla Diaz, rilevando anche l’inadeguatezza delle norme italiane allora applicabili.

Lorenzo Guadagnucci, che cosa ricorda di quella sera?

“Paura, panico, sgomento. Essere presi a manganellate è un’esperienza terribile”.

A che ora arrivò la polizia?

“Ero dentro la Diaz all’incirca dalle dieci di sera. Ero arrivato quella stessa mattina da Bologna e mi sono svegliato quando, verso mezzanotte, avvenne l’irruzione. Non ci fu il tempo di fare niente, perché iniziarono subito a colpire con i manganelli chiunque avessero davanti. Le persone avevano alzato le mani e urlavano “no violence”. La maggior parte erano stranieri e non capivano che cosa stesse accadendo. Ufficialmente fu una perquisizione; nella realtà si trattò di una spedizione punitiva”.

Lei fu uno dei primi a essere preso di mira?

“No, non ero vicino alla porta. A un certo punto, però, arrivarono anche da me, che ero in un angolo della palestra, sul sacco a pelo. Sono stato picchiato da due agenti a colpi di manganello. Qualche minuto dopo ne arrivò un terzo, che mi colpì sulla schiena”.

Quanto durò tutto?

“Un tempo che non finiva più. Dopo il pestaggio ci obbligarono a riunirci su un lato della palestra, sdraiati a terra, in attesa senza capire bene di che cosa. Rimanemmo per circa due ore in questo limbo terribile. C’era gente che piangeva, che urlava per il dolore, che perdeva sangue, che chiamava la mamma”.

Fu condotto in ospedale?

“Verso le due, in ambulanza. Ho passato la notte al pronto soccorso perché ero conciato male”.

Nessuno vi diede informazioni sulle ragioni di quanto stava accadendo?

“Assolutamente no. Entrarono e cominciarono subito a picchiare. Non ci fu alcun tipo di comunicazione”.

Una volta arrivato in ospedale, che cosa accadde?

“Mi arrestarono lì, anche se nessuno mi disse perché. Lo chiesi a uno dei due agenti che mi piantonavano e uno di loro mi rispose che sarebbe andato a informarsi. Poco dopo tornò e mi spiegò che non era riuscito a capirlo”.

Quando riuscì a conoscere le accuse a suo carico?

“Leggendo il Corriere della Sera. Il giorno dopo un poliziotto mi passò una copia del giornale e c’era un articolo che mi riguardava. Tra i giornalisti si era diffusa la notizia che ero tra gli arrestati e scrissero di me”.

Che cosa diceva l’articolo?

“Che ero stato arrestato per associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, resistenza aggravata a pubblico ufficiale e porto abusivo di armi da guerra. Le armi da guerra sarebbero state le due bottiglie Molotov che, come accertato successivamente dai processi, erano state portate nella scuola dalla polizia per costruire il falso quadro accusatorio”.

Quanti giorni rimase in ospedale?

“Tre giorni, poi tornai a casa. Ero guardato a vista e mi accompagnavano anche per andare in bagno. In ambulanza avevo potuto avvertire i miei familiari, finché la batteria del cellulare era rimasta carica. Poi più niente”.

Una volta tornato a casa cominciò il suo impegno per difendere la memoria di quanto era accaduto.

“Cominciai a fare l’attivista. Durante quell’estate scrissi il mio primo libro, Noi della Diaz, in forma di diario. Negli anni successivi ho partecipato a centinaia di incontri, ho contribuito a fondare il Comitato Verità e Giustizia per Genova, ho seguito tutte le vicende giudiziarie e ho continuato a fare informazione su questi fatti. È un impegno che non è mai venuto meno”.

I processi per la Diaz sono stati una pagina dolorosa.

“È stato un procedimento particolarmente difficile. In primo grado gli imputati erano 29 e tra loro c’erano dirigenti di altissimo livello della polizia, compresi stretti collaboratori dell’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro, presenti nella gestione dell’operazione”.

I responsabili subirono conseguenze nelle loro carriere?

“Fino alla sentenza definitiva, alcuni dei funzionari di grado più alto si ritrovarono con incarichi superiori rispetto a quelli che avevano nel 2001. È una cosa che abbiamo sempre contestato. Poi intervennero le prescrizioni per buona parte dei reati e l’indulto. Nessuno finì in carcere e alcuni scontarono la pena residua ai domiciliari”.

Si è mai spiegato, anche a distanza di tempo, il motivo di tanta ferocia?

“In due modi. Da una parte fu una vendetta per quanto era accaduto durante il pomeriggio e per il disastro nella gestione dell’ordine pubblico. Dall’altra credo abbia contato la certezza dell’impunità. E in effetti nessuna delle condanne definitive ha riguardato gli agenti che materialmente picchiarono le persone presenti nella scuola”.

Perché?

“Ufficialmente perché i singoli agenti non erano riconoscibili. Allora non c’erano codici identificativi, indossavano i caschi e molti avevano un fazzoletto o un foulard sul viso”.

Lei avrebbe riconosciuto uno degli agenti che la picchiarono?

“Uno, il terzo, certamente sì, perché non aveva il foulard. L’ho visto a lungo e l’ho sentito parlare. Quando mi mostrarono un video nel quale compariva una persona che corrispondeva alla mia descrizione, non fu possibile procedere a un riconoscimento personale, perché la polizia disse ai magistrati di non essere in grado di stabilire chi fosse. Quindi ci fu una copertura totale”.

A distanza di tanti anni, che cosa le è rimasto dentro?

“Ovviamente amarezza”.

Ha fiducia nello Stato?

“Ho fatto molti sforzi per recuperare la fiducia nelle forze di polizia, ma non ci sono riuscito. Non soltanto per quello che accadde quella notte alla Diaz, che già di per sé è gravissimo, ma per quanto avvenne dopo. Abbiamo sempre incontrato un atteggiamento di totale chiusura”.

Che cosa le ha dato più fastidio?

“Il fatto che non ci sia mai stata un’assunzione di responsabilità, che non abbiano chiesto scusa e abbiano perseverato nel rifiuto di quello che dovrebbe essere un obbligo: rendere conto agli altri del proprio operato, anche quando si sbaglia”.

Quando oggi vede un poliziotto, che cosa pensa?

“Un poliziotto non mi fa paura. Però, quando osservo un’operazione problematica raccontata nel modo in cui le forze di polizia sono abituate a raccontarla, la mia prima reazione è non crederci”.